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Giorni vuoti e il mondo stretto

Stefano Scansani
Giorni vuoti e il mondo stretto

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Come il senso del pudore anche la soglia dell’orrore s’alza o s’abbassa. Dipende da noi. È una questione di abitudine alle bruttissime notizie. Ad esempio, ricordate il fatto di Novi Ligure? Una ragazza e il suo fidanzatino, Erika e Omar, uccisero mamma e fratello a coltellate. Lettori e telespettatori restarono incollati a giornali e schermi di casa per giorni in cerca di dettagli, cause, consolazioni. L’impressione fu nazionale e lunga. Da allora sono trascorsi sedici anni, e anche moltissima capacità di sdegnarci è passata sotto i ponti.

Se in questa domenica avete la pazienza di sfogliare i giornali della settimana che sta per chiudersi, oppure passare in rassegna i vari telegiornali in podcast, scoprirete che una serie di vicende orrende sono emerse in ritardo. Oppure sono rimaste in evidenza per poco o niente. Altrimenti sono state surclassate da altri fatti internazionali, di polpa politica o scorza economica. Cioè, siamo sazi di informazione e prosciugati in commozione.

Riassunto. Nel vorticare di poche ore in un paesino alle soglie del delta ferrarese marito e moglie sono stati ammazzati con la scure da un ragazzo su commissione (80 euro di caparra) del figlio della coppia; un uomo ha dato fuoco alla ragazza in Sicilia; un altro a Rimini ha lanciato acido addosso alla ex; una madre ha cercato di eliminare la figlioletta mettendo degli psicofarmaci nel biberon...

Aggiungo poi un caso un poco remoto, quello capitato nell’ospedale di Saronno dove medico e infermiera amante sono accusati di aver ucciso quattro anziani pazienti e il marito della donna. Quest’ultimo fatto era coinciso con il referendum e gli annessi litigi politici che tutto divorano e molto sovrastano.

È molto interessante-inquietante l’interpretazione che sociologi, criminologi e psicologi forniscono agli ammazzamenti e agli impazzimenti. Gli specialisti dicono che i responsabili prima-durante-dopo il delitto non sarebbero in grado di stabilire la differenza fra mondo sensibile (la realtà) e quello virtuale (la finzione). Tra le due dimensioni non vi sarebbe soluzione di continuità e di conseguenza le percezioni della violenza e della morte non segnerebbero una fermata nel tritatutto della vita. Ma farebbero parte di una fiction permanente: scusate, mi sono sbagliato…

Per spiegare meglio il concetto (disumano) propongo un paragone, un paradosso. Capita che dopo avere commesso un reato un ragazzo venga fermato e interrogato, presto si penta, immediatamente confessi e chieda agli investigatori se a questo punto può tornare a casa.

In tale dinamica mancano due pesi (sullo stomaco): la convinzione di avere commesso un delitto, la certezza che esistono una condanna e una pena. La trafila riguarda la psiche dei responsabili. Poi c’è quella che investe la società e la sua maniera di ingerire e digerire i fatti. Molta responsabilità l’hanno l’educazione e l’informazione. Basti la segnalazione di quella televisiva la quale - badateci bene - ricalca lo stesso percorso indifferenziato: il telegiornale dà la notizia, il programma d’approfondimento successivo torna sull’episodio e lo sminuzza in forma d’inchiesta, di interviste, di casi precedenti, testimonianze, pareri dissonanti, fino ad esorbitare nel talkshow. Salvo che altri avvenimenti d’ordine politico oppure economico non siano prevalenti lasciando in seconda linea la cronaca nera.

La maratona televisiva intrisa di tg, ultime ore, pubblicità, stacchetti, film, dibattiti, fiction, titoli, news che scorrono in sottopancia e video in finestra esauriscono il mondo in un pulviscolo. Poi il mondo digitale fa il resto chiamando in causa e in via diretta ciascuno di noi, chattando, commentando, condividendo... Chi non sa decrittare è perduto. Così capita che per qualcuno, astuto o webete che sia, il mondo può diventare stretto, e i giorni essere vuoti.
 

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