Nuove pietre d’inciampo per ricordare i deportati
Ieri le pose a Fogliano, in Gardenia, via del Portone e via del Risorgimento nei luoghi dove vissero libere, per l’ultima volta, le vittime di fascismo e nazismo
REGGIO EMILIA. Nati a Reggio e morti sotto le bombe o fucilati in Germania. Da ieri pomeriggio Reggio Emilia ha quattro nuove pietre d'inciampo, piccoli monumenti collettivi dedicati alle vittime del nazismo e del fascismo sistemati nel luogo dove queste persone hanno vissuto libere per l'ultima volta. Le pietre sono state posate grazie al progetto di Istoreco, che per il terzo anno ha organizzato le ricerche storiche su donne e uomini uccisi dal nazismo e ha poi invitato in zona Gunter Demnig, l'artista tedesco che ha concepito l'idea delle pietre stesse, per posare di persona i cubetti di ottone. Le ricostruzioni sono state curate da alcune classi delle scuole superiori, classi che a febbraio prenderanno poi parte al Viaggio della Memoria di Istoreco diretto a Berlino.
Nel 2017 in totale si parla di 15 pietre, quattro delle quali dedicate a quattro uomini residenti in città, militari italiani che dopo l'armistizio si rifiutano di arruolarsi con le SS o con la Repubblica di Salò e vengono quindi deportati in Germania, usati come schiavi nei campi di lavoro del Terzo Reich. Molti non tornarono a casa, e fra loro William Bertoni, Mario Sguazzini, Ettore Guidetti e Giovanni Ganassi. Il giro delle pose è iniziato a Fogliano in via William Bertoni, la strada che porta proprio il nome della figura ricordata, alla presenza dei tre fratelli dello scomparso e della classe del liceo scandianese Gobetti che ha effettuato la ricerca. Da lì si è passati in viale Risorgimento 24 per Mario Sguazzini, in un altro momento toccante assieme a una terza dello Jodi: alla posa della pietra hanno assistito il figlio di Mario, che in viale Risorgimento è nato. La terza tappa è via Piccinini, in Gardenia, per Ettore Guidetti, operaio delle Reggiane finito in Germania, scappato e ricatturato a Salisburgo, infine morto durante un bombardamento. Di lui ha parlato una classe del liceo Ariosto, e loro colleghi di istituto si sono invece occupati di Giovanni Ganassi, residente in via del Portone, nel cuore cittadino. In via del Portone era presente anche l'Anpi cittadina, la sezione che porta il nome di Dorina Storchi, moglie di Ganassi e storica militante antifascista, a lungo incarcerata in via dei Servi. Lì la andava a trovare la figlia Simona, una bimba che nelle trecce nascondeva messaggi per la mamma, «la più giovane partigiana d'Italia». All'ultima posa è intervenuto anche il sindaco Luca Vecchi, che successivamente ha preso parte alla seconda iniziativa di giornata di Istoreco, l'inaugurazione della mostra “I soldati che dissero NO” ospitata dalla sinagoga di via dell'Aquila. L'esposizione è dedicata agli Imi, i deportati militari italiani: in totale furono oltre 600mila, solo a Reggio quasi 8mila, e molti di loro – come gli uomini omaggiati dalle pietre – in Germania trovarono la morte. Accoglie tantissimi documenti e testimonianze dirette e indirette sulle tantissime vite che vennero travolte dalla guerra e dal caos seguito all'armistizio.
«Sono contento di essere qui e voglio ricordare il lavoro di Istoreco, in particolare il Viaggio della Memoria. Ogni anno manda oltre mille persone in visita nei campi di concentramento e nelle zone del dominio nazista, di sicuro nessun'altra città italiana fa una cosa simile, e mi chiedo se ve ne sono altre al mondo», ha sottolineato Vecchi nel suo intervento. «A Reggio lavoriamo tanto sulla memoria, e dobbiamo continuare a farlo. Io credo che il nostro passato, la nostra storia, sono le uniche basi da cui partire per costruire un futuro».
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