Gazzetta di Reggio

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Assolti, ora chiedono risarcimento all’Ausl

Quattro Castella: per anni furono accusati di aver abusato della nipote, ma il tribunale li ha scagionati

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QUATTRO CASTELLA. Fu una delle inchieste più clamorose, a fine anni Novanta, che spinse a parlare di una rete di pedofili con tanto di riti satanici nei cimiteri della Bassa modenese, ma che sfociò anni dopo in una serie di assoluzioni. Uno squarcio, che a ritroso ha consentito una rilettura della realtà, restituendo un minimo della dignità strappata a decine di persone, mentre dei circa 20 bambini tolti alle famiglie ne è tornato a casa solo uno, per la complessità delle dinamiche relazionali ed emotive che erano state costruite.

A distanza di vent’anni, ora c’è chi chiede il conto alla testimone presunta vittima (oggi maggiorenne), alla psicologa che avviò le decisioni e all’Ausl di Modena su un episodio. Come? Con una citazione a giudizio per chiedere il risarcimento delle spese sostenute, ma soprattutto del dolore e della perdita di una dignità. La vicenda ruotava attorno alla presunta violenza carnale di cui vennero accusati don Giorgio Govoni, parroco di San Biagio di San Felice sul Panaro (Modena), un nonno (entrambi nel frattempo deceduti) e i due figli di quest’ultimo, davanti alla scuola media di Quattro Castella. Ad accusarli una nipote, già finita come presunta vittima nell’inchiesta che era scoppiata nella Bassa modenese, e che era stata tolta alla famiglia e affidata a una famiglia reggiana. Aveva raccontato alla psicologa Ausl, a Mirandola, che all’uscita dalla scuola era stata avvicinata dai quattro, poi sequestrata, violentata e minacciata di non testimoniare contro di loro al processo in corso a Modena per l’inchiesta che, a fine anni Novanta, coinvolse decine di persone tra Finale, Massa, Mirandola. I giudici di Reggio furono chiamati a giudicare i riscontri investigativi di Modena e Mirandola. All’esito del dibattimento, il Tribunale di Reggio aveva assolto gli imputati «perché i fatti non sussistono» (sentenza 240 del 2005). Contro questa sentenza aveva proposto appello l’Ausl di Modena (il 27 settembre 2005). Ma con sentenza del 18 aprile 2012 la Corte di Bologna ha confermato la sentenza di primo grado, condannando invece la parte civile appellante al pagamento delle spese processuali. «I principali riscontri esterni che avrebbero potuto corroborare le affermazioni della bambina con riferimento a quei fatti specifici non hanno, nella sede processuale, trovato conferma, ma sono stati anzi disattesi, e assumono pertanto il valore di evidenze in contraddizione e negazione rispetto alla prova affermativa costituita dalle dichiarazioni della minore», scrivevano i giudici di Bologna. Il 18 luglio 2012 la sentenza definitiva. E oggi, dopo un’inutile trattativa, con l’atto di citazione curato dall’avvocato Guido Bomparola del foro di Milano si torna in tribunale. (a.se)

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