In crescita quotazioni consumi interni ed export
Lo dicono i dati forniti ieri a Bologna dal presidente e dal direttore del Consorzio Previsti nuovi investimenti per 15 milioni su comunicazione e vigilanza
REGGIO EMILIA. Il Parmigiano Reggiano gode, finalmente, buona salute. Il 2016 ha segnato infatti la ripresa delle quotazioni, dopo la crisi degli anni 2014/2015, con un forte rialzo della produzione (+ 5,1%) ma soprattutto delle vendite, tanto che le giacenze nei magazzini si sono ridotte del 2,2 %.
Sono alcuni dei dati resi noti ieri a Bologna dove si è svolta l'assemblea del Consorzio di tutela nel corso della quale sono intervenuti il presidente Alessandro Bezzi e il direttore Riccardo Deserti. Il 2016 ha dunque superato un biennio travagliato, uno dei periodi peggiori, insieme al terribile 2008, nella storia delle cinque province (Bologna, Modena, Reggio, Parma, Mantova) che formano il comprensorio del re dei formaggi. La svolta più marcata è arrivata nella seconda parte dell'anno quando i prezzi all'origine sono balzati dai poco più di 8 euro al chilo di giugno ai 9,66 di dicembre con una ascesa del 12% rispetto al 2015. Una inversione di tendenza che prosegue in queste prime settimane del 2017 con quotazioni che si avvicinano ai 10 euro il chilogrammo.
«Siamo ancora sotto i livelli raggiunti mediamente nel 2011 e 2012 - ha osservato Bezzi - ma gli attuali valori offrono già interessanti prospettive ai 3.000 allevatori e 339 caseifici artigianali che compongono il nostro sistema».
Il presidente ha offerto queste confortanti previsioni come conseguenza di un aumento dei consumi interni (+ 0,3%) ma soprattutto sui mercati esteri (+ 5,8%) che, con oltre 49.000 tonnellate, rappresentano il 37% del totale: una quota che è raddoppiata negli ultimi dieci anni.
A determinare questi effetti positivi hanno indubbiamente contribuito le nuove azioni adottate dal Consorzio a sostegno dei consumi che sono state avvertite sia nel dettaglio tradizionale che nelle vendite dirette (anche online) da parte dei caseifici oltre che nella grande distribuzione organizzata dove è calata la domanda degli altri formaggi Dop.
Addirittura sorprendenti i dati dell'export con un deciso testa a testa fra gli Stati Unti e la Francia che in passato deteneva il primato delle importazioni. «Negli Usa e in Canada - ha ricordato Deserti - registriamo però anche il concentrarsi di imponenti fenomeni di imitazione che dimostrano il livello d'interesse raggiunto dal nostro formaggio ma disorientano consumatori e produttori. Sotto questo aspetto è di particolare efficacia l'azione di vigilanza informazione e denuncia svolta nei confronti delle catene di distribuzione e degli esportatori nordamericani che non hanno le stesse regole europee».
L'ottimismo è alimentato anche dalle minori scorte dei magazzini che nel novembre 2016 sono risultate del 2,2% inferiori allo stesso mese del 2015. E ciò appare ancor più significativo perché si è verificato malgrado i quantitativi di formaggio prodotti siano cresciuti arrivando a ben 3 milioni e 469.000 forme di un peso medio di 35 chilogrammi.
Un ulteriore sostegno ai consumi dovrebbe poi derivare dai nuovi investimenti del Consorzio. Si parla di quasi 15 milioni di euro in più per la comunicazione in Italia e all'estero, per la vigilanza soprattutto del grattugiato (1,25 milioni destinati a questo titolo). A queste cifre andranno aggiunti i flussi derivanti dalla contribuzione differenziata collegata ai piani produttivi che, in base al 2016, saranno pari a circa 5 milioni.
Della vigilanza e dei controlli ha trattato infine il direttore Deserti, che ha ricordato la selezione di qualità effettuata su tutte le forme ma anche le 2.325 azioni di vigilanza che hanno toccato 1.980 punti vendita. Vanno aggiunte le verifiche in 650 imprese della ristorazione italiana e di altrettante realtà della distribuzione sparse in 20 Paesi esteri con oltre 2.500 analisi di prodotto. Più di 40 le azioni di contrasto in sede stragiudiziale nei soli primi 10 mesi del 2016 con denunce che hanno portato ad interventi d'ufficio da parte delle autorità in 8 Paesi europei. Emblematico lo stop alla Polonia che voleva depositare il marchio "Parmezza". Altri interventi sono avvenuti in Vietnam, Giappone, Argentina, Bolivia, Cina, Colombia, Ucraina.
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