Gazzetta di Reggio

Reggio

Falsi contratti a clandestini Scoperto un maxi raggiro

di Enrico Lorenzo Tidona
Falsi contratti a clandestini Scoperto un maxi raggiro

Rinviato a giudizio un calabrese residente in città che offriva un posto da colf a immigrati irregolari che potevano così ottenere il permesso di soggiorno

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REGGIO EMILIA. C’è una casa a Reggio Emilia che sulla carta dovrebbe essere grande più di un castello. Lì,infatti, dovrebbero lavorarci colf, governanti e giardinieri. Tutti assunti – a decine – sulla carta, con regolare contratto di lavoro sottoscritto da immigrati irregolari che così hanno ottenuto il sospirato permesso di soggiorno, potendo emergere dall’anonimato e dall’illegalità. Solo che, una volta arrivati davanti alla porta del “castello”, i poliziotti della questura di Reggio hanno trovato invece una donna, la padrona di casa, lei del tutto ignara della vicenda, che coinvolgeva invece il marito. Non certo il grande palazzo necessario per poter ospitare così tanti addetti alle pulizie, dei quali la donna non sapeva nulla né aveva mai visto neppure l’ombra. Una constatazione sbalorditiva avvenuta a cavallo del 2010, che ha portato all’avvio di una indagine complessa, giunta poi alla richiesta di rinvio giudizio per tre uomini, comparsi ieri davanti al gup Angela Baraldi in tribunale a Reggio. L’accusa per gli imputati è di essere i gestori dell’organizzazione che offriva contratti di lavoro a clandestini presenti a Reggio. Un pacchetto tutto incluso al prezzo di 2mila euro per il contratto di lavoro come colf, altri soldi poi per le carte da presentare in prefettura. Una giro d’affari ingente, con 8 false attestazioni identificate con nome e cognome dei beneficiari: cittadini extracomunitari egiziani, cinesi, senegalesi, kosovari e tunisini, per i quali il 42enne Giuseppe Cordua ha presentato false assunzioni allo sportello unico per l’immigrazione della prefettura di Reggio. Ma le domande di emersione dal lavoro irregolare “taroccate” sarebbero a decine, secondo quanto venuto a galla ieri durante l’udienza davanti al gup, che ha assolto invece gli altri due indagati – rappresentati dall’avvocato Ernesto D’Andrea – con formula piena perché il fatto non sussiste.

Cordua riusciva a contattare i “clienti” tramite la frequentazione di bar e luoghi nei quali erano solitamente presenti molti stranieri.

Il giro d’affari ricostruito durante le indagini sembra ragguardevole. Un sistema collaudato mandato all’aria perché uno dei “clienti” non avrebbe ricevuto il permesso di soggiorno. Dopo aver cercato invano i tre uomini per reclamare quanto pattuito, si è rivolto alla polizia che ha avviato le indagini del caso.

«Questa è casa mia, non ho mai assunto una colf né un cameriere» ha detto la moglie dell’imputato rinviato a giudizio, che ha fatto crollare il castello di carte messo sotto la lente del sostituto procuratore Maria Rita Pantani, che ha poi ipotizzato i reati di emersione di clandestini sul territorio nazionale, falso in atto pubblico e truffa ai danni dello stato.

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