Gazzetta di Reggio

Reggio

«Rischio infiltrazioni alla Gmc»

di Jacopo Della Porta
«Rischio infiltrazioni alla Gmc»

L’impresa di Reggiolo, esclusa dalla white list dalla prefettura, ha fatto ricorso e il Tar lo ha bocciato

2 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Per essere colpiti da un provvedimento amministrativo antimafia non c’è bisogno di essere stati processati o indagati per fatti di criminalità organizzati. Può persino accadere che gli elementi alla base di una informativa antimafia siano stati oggetto di un processo poi conclusosi con l’assoluzione. Lo ha ricordato il Tar di Parma, che, facendo riferimento a una giurisprudenza consolidata, ha respinto il ricorso proposto dall’impresa Gmc Immobiliare srl di Reggiolo contro l’esclusione dalla “white list” decisa dalla prefettura reggiana nel 2015.

La Gmc di Reggiolo è stata costituita dall’architetto Giuseppe Todaro, che ne è amministratore unico e proprietario insieme alla sorella Maria Teresa. I due fratelli sono figli di Raffaele Todaro, detentore del 95% delle quote della società Giada srl, colpita da interdittiva antimafia nel 2010 ed esclusa dalla “white list” nel 2013, e amministratore unico del Consorzio Primavera, colpito da interdittiva nel 2010. Raffaele Todaro è genero, anche se separato dalla moglie, di Antonio Dragone, il boss rivale dei Grande Aracri ucciso a Cutro nel 2004.

I ricorrenti avevano sostenuto che i rapporti di parentela non fossero sufficienti a fondare un’interdittiva e i precedenti penali del padre fossero «ora risalenti, ora di modesta entità, ora oggetto di intervenute archiviazioni o assoluzioni».

Il Tar ha però replicato sostenendo che «le conclusioni a cui è giunta la prefettura non possono ritenersi smentite dal fatto che i procedimenti penali ascritti a Todaro Raffaele non abbiano accertato l’appartenenza di quest’ultimo alla criminalità organizzata dal momento che il rischio di condizionamento non richiede necessariamente la commissione, ed il relativo accertamento giudiziale, di reati da parte dell’imprenditore». Insomma, per essere considerati a rischio, e dunque colpiti da un provvedimenti amministrativo, non c’è bisogno di una sentenza penale passata in giudicato.

Il rischio di infiltrazione mafiosa, sulla base del quale è stata negata l’iscrizione alla “white list” della Gmc, si fonda sulla presenza «di un gruppo familiare che svolge la medesima attività imprenditoriale in modo coordinato, con evidenti cointeressenze societarie tra i vari fratelli, spostamenti di quote tra parenti, partecipazioni societarie nelle diverse società variamente denominate, sempre e comunque riconducibili alla famiglia». La prefettura aveva ricordato, tra l’altro, che un cugino dei due fratelli, Simone, è titolare di un’impresa individuale, “La fenice”, anch’essa esclusa dalla “white list”.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google