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«Bloccate la testimone», la Corte dice no

Processo Aemilia: la difesa dei Vertinelli cerca di impedire la deposizione dell’amministratore che cura il sequestro dei beni


27 gennaio 2017 di Tiziano Soresina


REGGIO EMILIA. Il via libera alla testimonianza dell’amministratore giudiziario Federica Zaniboni (alla professionista, chiamata a deporre dall’accusa, sono stati affidati dal tribunale da due anni i beni milionari sequestrati alla famiglia Vertinelli) è arrivata ieri pomeriggio dalla Corte ma dopo ben due ore di camera di consiglio. E questo si è rivelato un “nodo” non indifferente nel maxi processo Aemilia in corso, perché gli avvocati difensori dei Vertinelli (i legali Alessio Fornaciari e Maria Battaglini) hanno – a sorpresa – chiesto ai giudici di bloccare la testimonianza della professionista «per vizio assoluto di imparzialità». Secondo i difensori l’amministratore giudiziario sarebbe andato al di là dei propri compiti in tre situazioni: in primis fornendo alla Corte che si deve esprimere sui sequestri patrimoniali preventivi tre relazioni contenenti riferimenti ad atti dell’inchiesta Aemilia, in secondo luogo fornendo alla procura antimafia riscontri alle dichiarazioni del pentito Giuseppe Giglio e in terza battuta per aver chiesto di iniziativa ai giudici l’estensione del sequestro per aver individuato rapporti “promiscui” fra le aziende bloccate ed altre.

I legali hanno anche aggiunto di aver dedotto che esisterebbero delle relazioni della dottoressa Zaniboni ancora ignote alla difesa. Una ricostruzione che il pm antimafia Beatrice Ronchi ha subito contestato, specificando che le relazioni dell’amministratore giudiziario sono state utilizzate dalla Dda per chiedere le misure cautelari nei confronti dei Vertinelli («Sono state quindi valutate anche dal gip«), inoltre che la professionista «non ha svolto nessun tipo di approfondimento investigativo».

Sempre il pm Ronchi ha specificato che la Zaniboni – relativamente alle affermazioni del pentito di Giglio – ha solo risposto con una mail alla documentazione (societaria e bancaria) di cui è depositaria, richiesta dalla procura antimafia. Un botta e risposta fra accusa e difesa su cui la Corte, due ore dopo, ha deciso ammettendo la testimonianza.

Da parte sua l’amministratore giudiziario ha poi descritto i Vertinelli come imprenditori scaltri, capaci di smistare le loro attività da un’azienda all’altra, anche per evitare le interdittive antimafia. Un meccanismo che sarebbe stato il frutto della consapevolezza da parte dei fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli di essere nel mirino degli inquirenti.

In precedenza, la mattinata è stata incentrata sulla testimonianza di Emanuele Pico (maresciallo dei carabinieri del Ros di Roma) che ha ricostruito l’intricato “puzzle” di aziende, quote societarie e beni del maxi patrimonio della famiglia Vertinelli (più volte citati i fratelli Palmo e Giuseppe, oltre ai loro parenti, ma anche persone vicine al gruppo familiare originario di Cutro e con base da anni a Montecchio).

Il maresciallo parla a più riprese di «promiscuità», intendendo che le indagini evidenziano un intreccio non solo di flussi di denaro, ma anche di fatturazioni e di titolarità fra le non poche società facenti capo ai Vertinelli. Per l’accusa siamo di fronte – relativamente ai due fratelli Vertinelli – ad imprenditori collusi con il clan Grande Aracri, da qui le pesanti imputazioni di associazione mafiosa, riciclaggio ed intestazione fittizia di beni. E fra il 2015 e il 2106 ai due imprenditori sono stati sequestrati fior di beni (per 75 milioni secondo il teste, per 30 milioni secondo la difesa): alle misure di prevenzione patrimoniale i carabinieri sono giunti partendo dai controlli sui redditi dichiarati dai Vertinelli, ritenendoli non compatibili con il loro tenore di vita. Tabelle con i dati patrimoniali che sono state però contestate dai difensori, affermando inoltre che i loro consulenti (saranno sentiti più avanti) dicono altre cose.

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