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Cinquant’anni senza Tenco, tanti dubbi su un biglietto e le teorie del complotto

Cinquant’anni senza Tenco, tanti dubbi su un biglietto e le teorie del complotto

Dopo il ritrovamento del cadavere, un’indagine segnata da errori gravissimi Inchiesta più volte riaperta, la salma riesumata dopo quasi quarant’anni

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REGGIO EMILIA. Luigi Tenco con le sue canzoni rappresentava l’altra faccia del miracolo economico italiano. Da una parte lo ye-ye e i film musicarelli, dall’altra i suoi versi che parlavano di emigrazione ed emarginazionale sociale.

La morte di Tenco durante il Festival di Sanremo del 1967 sembra costruita a tavolino per diventare il più classico dei gialli all’italiana, fra decisioni incomprensibili ed errori pacchiani commessi dagli investigatori negli istanti successivi alla tragedia, con un alone di mistero lungo cinquant’anni che ha alimentato un’infinita serie di dubbi e di tesi complottiste. Sul suicidio del cantautore restano però alcuni punti fermi che le indagini svolte fino all’anno scorso non sono riusciti a scardinare.

IL FESTIVAL. Sulla base di diverse testimonianze, Luigi Tenco partecipò di malavoglia al Festival di Sanremo del 1967. Sotto contratto con la Rca, venne iscritto insieme a Dalidà (alla quale era stato legato sentimentalmente) con la canzone “Ciao amore ciao”, a cui fu costretto a mettere mano per modificarne il testo: da antimilitarista a parabola dell’italiano immigrato. La sua esibizione era in programma la sera del 26 gennaio e, a detta di tutti, non fu un granché. La canzone non strappò grandi consensi e l’interpretazione lasciò a desiderare. Tenco appariva un altro, un giovane fuori di sè. Il meccanismo del Festival in quegli anni era spietato: chi non passava il turno non partecipava alla serata finale. E Tenco il turno non lo passò. Non ottenne nemmeno il ripescaggio, affidato a una giuria – composta fra gli altri dai giornalisti Ugo Zatterin e Lello Bersani – che gli preferì “La rivoluzione” di Gianni Pettenati e Gene Pitney. Mentre Dalidà parve non accusare il colpo, Tenco ebbe un crollo.

LA NOTTE. Secondo una ricostruzione attendibile, appresa l’eliminazione Tenco sarebbe salito in auto per passare il confine francese, diretto verso Nizza. Più tardi il rientro a Sanremo all’hotel Savoy, dove occupava la camera 219. Ore dopo, venne scoperto il suo cadavere, con il cranio trapassato da un proiettile. I primi ad accorrere furono Lucio Dalla e Dalidà; nella camera accanto a quella di Tenco, era ospitato il giornalista Sandro Ciotti che anche a distanza di molti anni riferì sempre di non aver udito alcuno sparo.

In camera c’era un biglietto, scritto a mano, con una calligrafia che più di una perizia confermò essere quella di Tenco. Sul biglietto era scritto: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi».

I DUBBI. Il cadavere venne immediatamente rimosso prima che potessero essere svolti credibili accertamenti scientifici e questo particolare, insieme al contenuto del biglietto (ritenuto dagli amici per nulla credibile considerando l’abituale atteggiamento di Tenco verso i colleghi e il loro lavoro), finì per dare fiato all’ipotesi di un’altra verità, da doversi tenere nascosta.

È paradossale come l’autopsia sia stata eseguita solo nel 2006, a quasi quarant’anni dai fatti, in seguito a una riapertura delle indagini.

Autopsia che, per altro, non portò ad alcuna conclusione che non fosse in linea con la tesi del suicidio.(a.m.)

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