La birra è un’opera d’arte al “Dada” di Correggio
Nello spaccio accanto al birrificio, Roberto ed Enrico spillano sogni: «Abbiamo lasciato i nostri lavori per inseguire una passione»
CORREGGIO. A Correggio c’è un posto in cui si spillano sogni. È il Birrificio Dada, aperto nel 2010 in via Pio La Torre 3/B da Roberto “Cigolo” Ferrari ed Enrico “Babe” Bartoli.
«Lui era un grafico, aveva lavori saltuari e produceva birra in casa da quando era piccolo – spiega Roberto – io, invece, dopo la laurea in economia avevo trovato un lavoro a tempo indeterminato. Due percorsi differenti, uniti però dalla stessa passione per la birra. Nel marzo del 2009, dopo una cena memorabile, abbiamo deciso di provare a far diventare il nostro sogno realtà e mi sono licenziato. Dal 2010 produciamo e vendiamo le nostre birre, e le cose vanno molto bene».
Le birre del Dada sono una ventina: bionde, ambrate, rosse, scure… Si va dall’Hugo («Classica bitter inglese, di colore ramato con una schiuma avorio», seconda classificata a Birre dell’anno 2014) alla The wild bunch («Color oro antico con riflessi aranciati, fantastica con un tagliere di formaggi a pasta morbida, o ancora con un bello spezzatino di coniglio»). Ci sono poi le birre stagionali come la Duke Herzog («La prima birra a bassa fermentazione del Birrificio Dada, chiara, leggera, dissetante e beverina, dal sapore leggermente maltato con un delicato sapore erbaceo», reperibile da febbraio), la Dada Noël («Una birra saporitissima, color tunica di frate, da gustare tra la Vigilia e Natale seduti sul divano davanti al caldo tepore del caminetto. Ma se non l’avete va bene anche una stufa o il termo»), la Tzara affumicata (prodotta con malti affumicati su legno di faggio, reperibile da novembre) e la Rrose Sélavy («Dai riflessi aranciati e aromi di albicocca, pepe e crosta di pane. Reperibile da giugno).
Sono Roberto ed Enrico a inventarle, sperimentando e studiando senza sosta, «eliminando ogni forma di conservante e additivo, ed omettendo i processi di filtrazione e pastorizzazione che hanno portato ad un appiattimento dei sapori e dei profumi», e sono sempre loro a occuparsi di denominazioni ed etichette. Ogni birra porta con sé una storia: la Gattomao deve il suo nome a un modo di dire di Roberto; la Kraken rimanda alla leggendaria e potente creatura degli abissi; la Tzara omaggia il poeta e saggista Samuel Rosenstock, uno dei fondatori del Dadaismo; Rrose Sélavy è lo pseudonimo con cui Marcel Duchamp firmò alcune delle sue opere.
Non è un caso, infatti, che il birrificio si chiami Dada. «Come i dadaisti facevano arte fuori dagli schemi – spiega Roberto – anche noi produciamo birra fuori dagli schemi. Abbiamo voluto legarci a questa corrente artistica che è un modo di pensare e di vivere, e dunque, per noi, anche di produrre birra e di berla. Le nostre birre rappresentano lo spirito Dada, che non ha preconcetti ed è rottura. Noi siamo Dada a modo nostro e non facciamo solo birra, facciamo Arte Birraria Moderna».
Da qui l’idea di creare non solo etichette personalizzate per ogni bottiglia ma anche boccali, sottobicchieri, magliette, cappellini, felpe. «Tutto è iniziato perché volevamo che le nostre birre fossero bevute nei bicchieri giusti – spiega Roberto – ma poi abbiamo allargato l’orizzonte dando libero sfogo al nostro estro».
La volontà dadaista di distruggere le convenzioni di cui la società è prigioniera rivive nelle birre di Roberto ed Enrico, che sono vendute ai locali di tutta la provincia ma anche nello spaccio adiacente al birrificio di via Pio La Torre. Un luogo magico in cui, come diceva Tzara, «il pensiero si forma in bocca».
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