«Tenco, occhi sbarrati che fissavano il vuoto»
Il racconto di Iva Zanicchi, vincitrice di quel tragico Festival di Sanremo di 50 anni fa, segnato dalla morte dell’artista. «Gli dissi che la sua eliminazione mi dispiaceva, mi guardò senza parlare»
REGGIO EMILIA. Iva Zanicchi ha appena finito di registrare nello studio di “Porta a porta”. Invitata da Bruno Vespa, accompagnata dalla chitarra con la sua voce ha reso omaggio a Luigi Tenco, il cantautore che a 28 anni, con il suo suicidio al Festival di Sanremo, segnò uno spartiacque nella storia della musica italiana, generando al tempo stesso uno dei classici misteri nazionali. Fu proprio Iva Zanicchi a vincere il Festival del 1967, con “Non pensare a me”, cantata in coppia con Claudio Villa.
La grande artista di Ligonchio, a 50 anni da quel giorno, non si sottrae a una ricostruzione dei fatti.
Signora Zanicchi, conosceva già Tenco prima del Festival?
«Non posso dire che fossimo amici, l’avevo incontrato un paio di volte, in particolare ricordo un’occasione alla Gondola d’Oro a Venezia. Ci era capitato solo di scambiare qualche parola. Avevamo però diverse amicizie in comune, questo sì».
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Fra queste amicizie in comune c’era anche Dalidà?
«Con Dalidà fui protagonista di un grande spettacolo insieme a Tunisi. Io rappresentavo l’Italia e lei la Francia. Poi ci trovammo anche in occasione di un altro spettacolo a Cannes, ma i nostri rapporti erano sempre professionali, non personali».
In quella edizione di Sanremo anche lei alloggiava all’hotel Savoy?
«Io ero al Royal però quel giorno, nel subbuglio generale, ci ritrovammo tutti insieme lì, al Savoy. Uno sconvolgimento totale, com’era logico che fosse».
È vero che la sera del suicidio lei e Tenco vi incrociaste entrando e uscendo dal palco?
«Ero seduta in prima fila, lo guardavo e a un certo punto dissi con quello che sarebbe diventato mio marito (il discografico Antonio Ansoldi, ndr): “Luigi questa sera non sta bene”. Aveva gli occhi sgranati, fissava un punto nel vuoto e onestamente non è che avesse fatto una grande interpretazione. Non so, forse era troppo emozionato. Poi andammo dietro le quinte perché il mio futuro marito aveva un complesso entrato in finale, i Giganti, e lì l’incontrai, anzi nella calca generale praticamente andai a sbattergli contro. Gli dissi quelle cose che si dicono in circostanze del genere: “Guarda Luigi, mi dispiace che tu non sia andato in finale”. Lui mi guardò negli occhi e se na andò senza dire una parola».
Nel vostro ambiente circolava voce che facesse uso di stupefacenti o di barbiturici, come è stato scritto in seguito?
«Per niente, e poi era il 1967. Poteva anche essere che qualcuno esagerasse con il bicchiere ma di droga allora non si parlava».
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Quale fu la sua opinione dopo il ritrovamento del cadavere? Era dalla parte di chi voleva interrompere il festival o di chi voleva continuare?
«Devo dire che nessuno venne a interpellarmi. Ero giovane, ai miei primi festival. I grandi erano altri, come Claudio Villa. Quando ci alzammo tutti, molto presto, per andare in quell’albergo, si tenne una riunione ma io non ero invitata. Ero convinta, come probabilmente la maggior parte di noi, che il Festival sarebbe stato sospeso, magari anche di qualche giorno per dare il tempo di seppellire questo povero ragazzo. Invece i più decisero che si doveva andare avanti. The show must go on, come dicono gli inglesi. Io non avevo voce in capitolo, però mi sembrò una cosa bruttissima, una assoluta mancanza di rispetto nei confronti di un ragazzo che si era tolto la vita, forse per un errore o perché voleva fare un gesto grandemente dimostrativo. Non so cosa possa essergli passato per la testa, e non credo neanche a quel biglietto che ha lasciato, i contenuti non erano cosa da lui. Tenco ha scritto testi bellissime, invece nel biglietto c’erano errori, anch. e grossolani. E poi quei riferimenti a canzoni popolari; ho sempre dubitato che l’avesse davvero scritto lui, anche se poi è stato detto che la calligrafia era effettivamente la sua».
Lei non dubita che si sia trattato effettivamente di un suicidio? Non le è mai venuto in mente che dietro ci fosse altro, come vorrebbero alcune ipotesi complottiste?
«Mio Dio, non ho mai voluto credere a un complotto. Ma di chi? Si diceva che dietro ci fosse una storia di gelosia, macchè... Poi è vero che in mezzo a tanta confusione mossero subito il cadavere, volevano portarlo all’obitorio per toglierlo di lì. Vennero fatte cose da folli, sembravano davvero tutti impazziti».
Lei è riuscita a festeggiare la vittoria al Festival dopo quello che era successo?
«Io no, mi creda. Adesso a distanza di tanto tempo lo posso dire: quando annunciarono che avevamo vinto non sono stata capace di gioire, anzi ho pianto come un vitello. Ricordo che Renata Mauro, che presentava insieme a Mike Bongiorno, dietro le quinte mi disse “Ma Iva, è vero che sei emozionata ma hai vinto Sanremo, la tua vita cambierà. Non ho mai visto una persona piangere così per aver vinto un festival”. Io non le dissi nulla ma mi sentivo come se avessi usurpato qualcosa. Festeggiare lì con il cadavere ancora caldo mi sembrava una cosa orribile. Io ho gioito in seguito per quella vittoria, devo essere onesta. Ho girato il mondo, ho fatto migliaia di concerti, ma quella sera per me era proprio impossibile fare festa».
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