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Chi seleziona i politici? Il Tribunale

Stefano Scansani
Chi seleziona i politici? Il Tribunale

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Nel nostro caotico e inguaribile Paese Lo Spirito delle Leggi è sempre stato preso sotto gamba. Oggi faccio il sofistico e tiro in ballo il capolavoro col quale Montesquieu nel 1748 delineò il motore politico e giuridico di una democrazia moderna. La formula descritta dal pensatore francese aveva l'ambizione di annientare il potere assoluto con la separazione e l'indipendenza dei tre poteri dello Stato: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario. Il primo fa le leggi (il Parlamento), il secondo le applica (il Governo), il terzo (la Magistratura) persegue e punisce i trasgressori. Bene, in Italia è saltato tutto, semmai il triplice contrappeso fosse mai funzionato.

La cronache di questi giorni confermano che il vitale equilibrio ha il vizio di farsi benedire, sovrapporsi, annientarsi. Più semplicemente il Parlamento non fa le leggi, ne fa troppe o le fa male. Il Governo si sostituisce al Parlamento producendo provvedimenti alternativi, da pronto soccorso. La Magistratura deve far valere quelle leggi (spesso non buone), altresì va compiendo un'azione a volte provvidenziale: seleziona i politici. Buon segno? No. Perché fa da supplente ai filtri sfatti del potere legislativo, all'immunodeficienza della politica. Da ciò l'italico cortocircuito.

Il primo esempio di sostituzione o supplenza di potere l'abbiamo sotto gli occhi. E' quello della gamma di leggi elettorali approvate, sperimentate, nate morte, morte e basta transitate in Parlamento. Ce n'è una nomenclatura latinista: Vassallum, Tatarellum, Porcellum, Mattarellum, Italicum, Consultellum e infine Legalicum. C'è da aver paura. I cittadini si confondono e non capiscono. Neanche il potere legislativo riesce a venirne fuori, tanto è impegnato a congegnare un sistema che accontenti i particolari interessi. Garbuglio.

A tagliare la testa al toro è stata la Corte Costituzionale, che è il supremo organo che giudica le leggi e risolve i conflitti fra i poteri. Dunque mercoledì è successo che i giudici della Consulta hanno cavato le castagne dal fuoco alla politica. E così a discendere, come per i referendum, spesso utilizzati in sostituzione della decisione politica. Delle responsabilità della politica.

Proprio l'attuale presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, già componente del pool Mani Pulite, Pier Camillo Davigo, in una mia intervista pubblica, ridisse chiaro e tondo che c'è la Magistratura, suo malgrado, che seleziona i politici. Con inchieste, avvisi di garanzia, processi e sentenze. Perché i partiti non lo fanno.
Altro caso di questi giorni - al riguardo - è la nuova peripezia della sindaca di Roma, Virginia Raggi. L'esponente pentastellata indagata per il caso Marra (falso e abuso d'ufficio) nel reagire alla comunicazione giudiziaria ha affermato due cose esemplari dei tempi che corrono, e corriamo. Ha detto: "Sono molto serena, ho completa fiducia nella Magistratura", "Ho informato Beppe Grillo, e adempiuto al dovere di informazione previsto dal Codice di comportamento del Movimento 5 Stelle".

Al di là del fatto che tutti ma proprio tutti principiano il loro dire affermando d'essere sereni e di avere fiducia nella giustizia, l'immediata comunicazione a Grillo ha l'aria d'un affidamento a devozioni ultronee (ultra, super, extra): Grillo è informato, Grillo lo sa…

Poi c'è il resto. Cioè il coro delle altre parti politiche. Le creste destre vorrebbero che la Raggi si dimettesse. Invece il Pd con Renzi in testa e il governatore della Campania De Luca in mezzo invitano il partito a non fare l'aggressivo. L'ex premier su Fb: “La Costituzione prevede che tutti i cittadini siano innocenti fino a sentenza passata in giudicato. E questo vale per tutti, a qualunque partito appartengano. Invito dunque tutto il Pd a rispettare la presunzione di innocenza e non rincorrere le polemiche. Non cerchiamo scorciatoie giudiziarie, non cediamo all'odio per l'avversario, non attacchiamo Virginia Raggi oggi”.

La bilancia della giustizia politica è sbilenca. Il Pd, oggi assolutamente garantista, non riservò lo stesso trattamento al “suo” sindaco Marino, immolato dai compagni-amici di partito davanti a un notaio. Ecco quindi che il quasi generale affidamento al potere giudiziario libera tutti, anche in coscienza. Pure quella che dà per certo che i tempi della magistratura saranno lunghi e con chissà quali esiti. Scopro l'acqua calda: il codice penale e quello di procedura penale sono corpi di norme fatti e approvati dal potere legislativo. Il problema è lì, in Parlamento.
 

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