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«L’edilizia risorgerà grazie all’area nord»

di Enrico Lorenzo Tidona
«L’edilizia risorgerà grazie all’area nord»

Il richiamo di Legacoop: «La politica lasci più spazio ai privati»

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REGGIO EMILIA. L’edilizia può risorgere a Reggio Emilia. Il volano sarà lo sviluppo dell’area nord, che è già partito e farà diventare la nostra città l’epicentro di un nuovo risiko immobiliare che va però gestito visti i trascorsi sia dal punto di vista finanziario e industriale, sia dal punto di vista della legalità. L’arrivo di progetti e capitali è un’opportunità inquadrata chiaramente dalla cooperazione reggiana, come avverte Luca Bosi, presidente della società edile Sicrea e vicepresidente di Legacoop Emilia Ovest. Sigla che aggrega Reggio, Parma e Piacenza, e che collima con il perimetro della recente fusione delle Camere di Commercio, sulla quale Bosi rivendica l’accelerazione decisiva e su cui punta per ampliare la regia dello sviluppo territoriale su più grande scala. Chi rimarrà sul mercato - sia a livello economico sia a livello politico - potrà dettare l’agenda e trarne benefici.

Bosi, Legacoop è tra gli azionisti di maggioranza del progetto di fusione della Camera di Commercio. Missione compiuta per voi?

«Direi di sì. Si stava perdendo troppo tempo su questa fusione che ritenevamo necessaria. Noi abbiamo spinto affinché ci fosse anche Modena che poi ha detto di no. Ma attendere, per noi reggiani, poteva significare che Parma e Piacenza sarebbero andati insieme, costringendoci ad andare poi da Modena con il cappello in mano».

Com’è la suddivisione tra le province?

«Reggio porta in dote il più alto numero di imprese nella nuova Camera dell’Emilia Ovest: avremo i primi tre anni di presidenza e un membro in più all’interno della giunta».

Quindi comandiamo noi ?

«Non è quello l’obiettivo. Lo era la fusione in sè. Dovevamo anticipare le decisioni che la politica in questo momento non sta prendendo. Sulle aree vaste si discuterà ancora cent’anni, i risultati sulle unioni dei comuni sono noti e quando faranno i referendum li perderanno tutti se non cambia culturalmente l’approccio. L’economia deve necessariamente anticipare i progetti di aggregazione e lo sta facendo. Pensare ancora a delle Camere di Commercio su scala provinciale era una fesseria».

Come vi suddividerete i 10 posti in consiglio tra reggiani?

«La nuova Camera dell’Emilia Ovest sarà operativa dal primo gennaio 2018. Io credo che con 10 posti in consiglio tutte le organizzazioni reggiane saranno rappresentate. Il problema è la giunta. È un po’ presto per capire gli apparentamenti. Certo per noi avere già Legacoop Emilia Ovest è un punto di forza perché siamo già un soggetto unico. Abbiamo grande forza per immaginare di avere in quella giunta un nostro rappresentante. Ma non faremo nessuna battaglia per averlo».

Tutti d’accordo su Stefano Landi ancora presidente?

«Allo stato attuale sì, non vedo defezioni».

La sede a Parma: cosa significa per i reggiani?

«Niente. In una prima fase ecumenica hanno detto che si terranno anche dei consigli itineranti. Poi all’isolato San Rocco restano tutt i servizi».

Cosa succederà invece ai dipendenti e alla compresenza di tre segretari generali?

«Secondo me per i tre segretari valuteremo il merito e il più bravo sarà confermato post fusione. Ma dobbiamo venirci incontro sul metro di valutazione chiaramente».

Parla di sviluppo: bene il parlamentino economico ma ci sono nodi da affrontare, come l’area nord. Reggio Emilia è al centro di una crescita potente innescata dal volano infrastrutturale che dovrà essere calibrata, anche negli appetiti. Che interesse ha la cooperazione rispetto a quel risiko?

«Mi sembra che adesso si stia passando da una fase passiva a una attiva. Nessuno, un anno fa, riteneva che lì ci potesse essere un’esplosione di questo genere. Ma le potenzialità verranno espresse con i servizi. Chi dice che la Mediopadana è un hub dice una sciocchezza, la si riduce in un luogo di passaggio. Quella stazione sta iniziando a essere un magnete. È comoda perché fuori dalla città. Però ho la sensazione che sia appoggiata lì, con associazioni e politica che non hanno capito la portata di quella operazione. Perché la concepivano su un’asse di comodità tra Roma e Milano: in verità quello è un asse che collega tutta l’Italia con l’Europa. Adesso si stanno cominciando a fare dei ragionamenti ma anche qui bisogna accelerare».

Di quali servizi parla?

«Chi arriva in Mediopadana non ha appoggi, è senza wifi o un posto dove fare un riunione. Si chieda alle Ferrovie di concedere gli spazi vuoti sotto la stazione. Non bastano i parcheggi e il servizio taxi. Quella stazione è interessante per chi arriva lì e vuole andare a Modena o a Verona. Italo ci ha provato ma non sembra che vada un granché bene. Servono servizi dedicati per chi arriva per affari. Un piano sui servizi elementari come uffici temporanei, logistica con grandi partner, transfer dedicati. Per svoltare bisogna rivolgersi a imprese e investitori privati. Il pubblico ha già fatto tutto quello che poteva fare».

Non tutto procede. Poco più in là ci sono spazi semivuoti come le fiere rimaste al palo. Cosa ne pensate?

«Io non le abbandonerei. Bisogna semmai convertirle. Mi sembra, ad esempio, che questa esperienza del Lime Theater sia ottima. Non capisco le polemiche attorno a questo progetto: qualcuno che va dentro e riutilizza dei capannoni lasciati lì dovrebbe essere sostenuto. Il polo fieristico va gestito cercando di capire se l’idea del presidente Bonaccini di costituire un unico soggetto per tutti i poli fieristici regionali è reale».

Però non si sente nominare Reggio Emilia.

«Se non parte quello facciamo un ragionamento strutturato con fiere di Parma, data proprio la fusione delle Camere di Commercio».

In poco spazio ci sono il Lime Theater, il progetto dell’Arena concerti, quello della sala WeArena. Non stiamo già rischiando una bolla?

«Sono modelli complementari. Al Campovolo si punta al vasto pubblico da 100 mila persone. WeArena punta a 7mila e i promotori pensano a un modello di intrattenimento più vario. Potrebbe fare da volano per la creazione di nuove aziende innovative, che in area nord credo saranno di grande interesse. Vorrei invece che la nostra città non mettesse in antitesi questi progetti complementari».

Il problema è che spesso la politica vuole mettere il cappello su tutto.

«Le istituzioni facciano da soggetto regolatore. Quello è il loro ruolo».

Attorno ci sono aree private: una, tra le più grandi, è di Coop Alleanza. Il vostro mondo è il primo ad avere interessi lì nel risiko.

«Il ruolo di Legacoop è mettere insieme coop che hanno interessi in quell’area perché possono offrire servizi o perché, come Alleanza, hanno delle aree e ragionare insieme su quale tipo di progetto fare. Perché magari Coopservice vuole gestire dei servizi, la Cir food l’area ristorazione, Alleanza 3.0 vuole smobilizzare ma forse dandogli più valore dell’attuale senza vendere e basta».

La prospettiva è ghiotta ma servono spalle forti. Anche secondo lei vale il concetto che nella cooperazione serve un unico soggetto nell’edilizia? Ma chi tra Unieco e la sua Sicrea?

«Io penso solo che saranno necessari grandi investimenti. Io sto gestendo un’azienda che viene da dei concordati. Visto anche la prospettiva dell’area nord bisogna continuare a crederci in questo settore. C’è un mercato e c’è una possibilità di sviluppo dopo quasi 10 anni di crisi. Ma dobbiamo giocare d’anticipo. Abbiamo sempre detto che il problema era l’immobiliare. Ora qualcosa si sta muovendo ma serve un soggetto attivo in grado di offrire opere chiavi in mano».

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