Gazzetta di Reggio

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La stupra e la notte di Natale la sequestra

di Enrico Lorenzo Tidona
La stupra e la notte di Natale la sequestra

Boretto: 30enne segregata e pestata due volte. Arrestato 38enne con precedenti che evita il carcere su decisione del gip

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REGGIO EMILIA. Una storia di violenza e persecuzione. Una vicenda che ancora vede una donna vittima di chi diceva di amarla. E dopo un sequestro di persona e la violenza sessuale, arriva l’arresto dell’uomo, che per decisione del giudice è già a casa.

Un amore malato, degenerato in una cieca violenza, condensata in due episodi. L’aguzzino è un uomo di 38 anni che vive a Boretto in casa con la madre. Lei, quella che lui dice essere l’amore della sua vita, ha 30 anni. Un rapporto altalenante, degenerato il 27 ottobre scorso. La ragazza è in casa del fidanzato: lui la prende e la trascina in camera da letto mentre la madre non c’è. Poi gira la chiave della porta e si avventa sulla giovane: la pesta, le tira pugni, le morsica un dito, arriva a strapparle ciocche di capelli. Poi, secondo la testimonianza raccolta dai carabinieri, le strappa i vestiti e la violenta, minacciandola e affermando il presunto diritto di poterla forzare così brutalmente. «Posso farlo perché sei la mia fidanzata» le urla. Terminato quell’inferno, la ragazza riesce ad andarsene, scioccata e distrutta. Il suo fidanzato le ha causato lesioni: i medici le danno 30 giorni di prognosi.

La gravità è assoluta e lei lo lascia, ma non lo denuncia. Perché di lì a poco c’è la redenzione: lui si pente, la riavvicina, lei lo perdona. Ma la tregua dura ben poco perché il 38enne torna alla carica. La vede insicura, teme che la lasci e la notte di Natale la sequestra un’altra volta. La picchia ancora, le riprende a morsi, le segna il volto, ubriaco e delirante. La ragazza subisce, tiene duro e rimane lì, in attesa che dopo la furia l’ex fidanzato si addormenti. Quando l’uomo crolla lei si alza e fugge da quella prigionia. I medici le danno altri 15 giorni di prognosi per le ferite riportate. La misura è più che colma e la giovane si decide e lo lascia.

Da qual momento, però, inizia un altro calvario, sempre persecutorio, fatto di messaggi e video che lui le manda. Le scrive via Whatsapp: «Ti amo» e smancerie insussistenti se raffrontate alle violenze che ancora le dolgono nel fisico e nell’anima. Quando lei non risponde lui torna alla carica e la insulta sempre via messaggio. Poi si riaffaccia il delirio: le invia messaggio video, uno in cui brucia una croce che si appiccica al petto. Una punizione che l’uomo si autoinfligge invocando Dio: «Dio dammi la forza», urla. «Io devo soffrire perché le ho fatto del male». Nella sua mente si tratta forse di un modo per farsi perdonare, procurandosi peraltro ferite alle mani e al petto, dove gli resta il segno della croce.

Il vicolo cieco diventa evidente anche agli occhi della vittima: va dai carabinieri. È il maresciallo ad aiutare la donna a vincere le sue paure e farle trovare il coraggio di denunciare. Da lì scattano le indagini con il coordinamento al pm Maria Rita Pantani. Il 38enne deve rispondere di sequestro di persona, violenza privata, lesioni aggravate, atti persecutori e anche violenza sessuale. Una sfilza di reati ai quali si aggiungono due precedenti per stalking, l’uso di droga e di alcol. Il mix terribile fatto di presunto amore, desiderio e rabbia feroce, viene inquadrato anche dal gip Giovanni Ghini, che per l’uomo però ha disposto gli arresti domiciliari, evitandogli il carcere. Nonostante il quadro accusatorio ricomposto, il giudice scrive che «non vi è ragione per pensare che non voglia rispettare gli arresti domiciliari anche solo per non finire in prigione». Inoltre «è superfluo anche il braccialetto elettronico». Una fiducia nel comportamento dell’indagato - che è quindi ristretto ai domiciliari in casa con la madre e che avrà oggi l’interrogatorio di garanzia in tribunale - che non vede concorde il pm Pantani, che presenta appello chiedendone la custodia in carcere per evitare conseguenze peggiori visti i due episodi e i precedenti.

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