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Primario rapinata in stazione: "Perché tanta violenza? Serve una riflessione"

Chiara Cabassa
Primario rapinata in stazione: "Perché tanta violenza? Serve una riflessione"

L’appello di Nunziata D’Abbiero, primario di Radioterapia a Parma, aggredita brutalmente venerdì in zona stazione

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REGGIO EMILIA. È direttore del reparto di Radioterapia dell’Ospedale Maggiore di Parma la vittima dell’ultima aggressione avvenuta venerdì sera tra via Turri e via Chiesi. Nunziata D’Abbiero, 52 anni, originaria di Benevento, da vent’anni vive a Reggio Emilia. Fino a due anni fa ha lavorato al Santa Maria Nuova e da due anni e mezzo è stata trasferita a Parma. Una vita da pendolare, la sua, che venerdì sera si è scontrata con quella che chiamiamo microcriminalità.

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Dottoressa, che cosa ha pensato in quegli attimi?

«Premetto che venendo dal Sud, sono abituata a guardarmi alle spalle. Non si tratta di sospettare delle persone, ma di vivere con i piedi per terra. Venerdì, scesa dal treno, avevo il cellulare in tasca e gli auricolari: stavo parlando con una collega che avrei dovuto incontrrare di lì a poco. Mi sono sentita strattonare e ho capito subito cosa stava accadendo: io a quella persona avrei consegnato [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.14818808:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2017/02/03/news/scende-dal-treno-a-reggio-emilia-e-viene-picchiata-e-rapina-1.14818808]] la borsa, se me l’avesse chiesta, ma mi sono trovata a terra e lui che mi trascinava. Per fortuna il gancio della borsa ha ceduto, e lui è scappato con il bottino. Mentre chiamavo il 113 l’ho anche inseguito fino a via Turri, secondo me ha preso il sottopasso che porta a piazzale Europa».

E, grazie all’iPad che era rimasto nella borsetta, fino a un certo punto ha seguito le sue tracce.

«Fino a un certo punto, perché poi il mio cellulare è morto: tornata a casa dal pronto soccorso l’ho riacceso, e l’ultima segnalazione mi indica il Parco Berlinguer. Peccato che nel punto in cui sono stata aggredita le telecamere ci siano ma spente. D’altra parte, come mi hanno detto i carabinieri questa mattina (ieri, ndr) quando sono andata a fare denuncia, anche nel caso le telecamere funzionassero, ci vuole poi il tempo per controllare tutte le riprese».

Il giorno dopo, qual è il suo stato d’animo?

«Quello che è accaduto mi ha fatto riflettere su quella che chiamiamo emergenza sicurezza. Il sindaco mi ha fatto sapere che vuole incontrarmi, e io gli restituirò queste riflessioni. È vero che a Reggio ci sono zone di degrado, è vero che ogni giorno ci sono nuovi arrivi, è vero che gli extracomunitari sono tanti. Ma io penso che il vero problema sia l’incapacità di noi reggiani di vedere il problema. Siamo autoreferenziali, ci raccontiamo che siamo i più bravi del mondo, ma non è così. La convivenza crea conflittualità, è inutile negarlo. Quindi dovremmo intanto ammettere che abbiamo un problema, poi cercare le soluzioni».

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Per molti reggiani, parlare di emergenza sicurezza equivale puntare il dito sugli extracomunitari.

«Infatti, tra i tanti messaggi di solidarietà che ho ricevuto, quasi tutti se la prendono con gli extracomunitari. Ma io mi chiedo: chi arriva ad aggredire una persona per racimolare pochi soldi, a che livello di disperazione è arrivato? È vero, noi diamo loro un piatto di pasta, e poi? Siamo sicuri che il piatto di pasta basti? È una riflessione che dobbiamo fare quella sull’accoglienza».

Cosa significa accogliere?

«Le faccio un esempio. Venerdì sera mi hanno trasportato al pronto soccorso, anche se io avrei voluto andare a casa. Al triage mi hanno messo su una carrozzina e portata dietro i paraventi in attesa del mio turno. Sa quanto sono rimasta lì? Tre ore. E tante altre persone nella mia stessa condizione. In tre ore, nessuno che sia venuto a chiedermi se avevo sete, se stavo male, se mi serviva qualcosa. Intorno a me, tutti erano arrabbiati. Io ora mi chiedo: se noi agli extracomunitari riserviamo questa stessa accoglienza fatta di freddezza e distacco, loro come potranno sentirsi?».

C’è una soluzione?

«So solo che o iniziamo ad essere accoglienti e a trattare le altre persone come fratelli, lo ha detto papa Francesco, rompendo la catena dell’odio, altrimenti continueremo a creare muri. Le faccio un altro esempio. Proprio venerdì, quando sono salita in treno a Parma mi sono seduta di fronte a una giovane coppia di stranieri con un bambino. Forse non a caso, era l’unico posto libero. Loro mi hanno guardato diffidenti, poi ho iniziato a fare i complimenti al piccolo, a sorridergli. E alla fine la loro diffidenza non c’era più. Vede, la vita da pendolare ti permette di avere sguardi nuovi sul mondo e di farci capire come noi, in fondo, viviamo nella bambagia».

Quando tornerà a prendere il treno? E con quale spirito?

«Giusto il tempo di rifare i documenti e martedì torno a Parma. C’è da lavorare, non posso abbandonare la barca».

Senza paura?

«Diciamo che prenderò le mie precauzioni, mi organizzerò diversamente. Da tempo pensavo di comprare un portadocumenti da portare al collo, ora lo farò. Magari mi muoverò in bicicletta... e cambierò percorso».

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