«I circoli Pd ormai sono dei veri scannatoi»
Il segretario dimissionario di via Samoggia, sezione ancora commissariata: «Servono solo a contarsi»
REGGIO EMILIA. «Non sono andato via per motivi personali. Mi sono dimesso perché quando siamo partiti con questo mandato al circolo 8, si era detto di fare un lavoro sul territorio, autonomo da correnti. Non sono riuscito a portare avanti questo presupposto e ne ho preso atto. Dopo tre anni e mezzo, era diventato uno scannatoio. Non potevo terminare il mandato come se niente fosse». Lo dice senza nascondersi, mettendo in evidenza i nervi scoperti che agitano il Pd a più livelli. E, a un anno dal suo addio, Roberto Grassi racconta i motivi che lo hanno spinto alle dimissioni da segretario del circolo 8, in via Samoggia, da allora commissariato ad interim dal segretario cittadino Pd, Mauro Vicini, e dal segretario provinciale, Andrea Costa. Ufficialmente, dal Pd hanno sempre parlato di un addio per motivi personali. Ma Grassi non ci sta e precisa: «I motivi personali sono subentrati dopo le mie dimissioni, e ancora oggi mi impediscono un impegno attivo . In realtà me ne andai per motivi politici».
Grassi, il circolo da un anno è senza segretario. Cosa non ha funzionato?
«Nei circoli, ancora oggi ci portiamo dietro retaggi di 20 anni fa. Nel Pd ci sono due anime, che sono prevalenti, che impediscono riflessioni moderate. Credo inoltre che i circoli rappresentino i quartieri di 30 anni fa. Il San Prospero dei circoli è il San Prospero delle “famiglie” storiche. Ma il quartiere è passato da duemila a seimila abitanti, anche per i flussi migratori. Bisognava trovare azioni più moderne per rappresentare la situazione. Non è stato possibile. Si finiva di parlare sempre di sensi unici e cose del genere».
Come mai non ci si riusciva?
«I circoli Pd oggi rappresentano essenzialmente quelli che erano gli ex circoli Ds e Margherita. Prima i Ds e Margherita si trovavano in due stanze diverse, ora siedono nella stessa stanza, ma di fatto non si trovano mai. L’unione vera non c’è mai stata».
Un po’ come le dinamiche nazionali...
«C’è una contrapposizione molto forte tra le due anime. Poi il dibattito finisce e ci si accorge che è servito solo per contarsi. Io ad esempio, che sono più vicino all’area rossa, a inizio mandato decisi di non dare indicazioni sul congresso provinciale. Pensavo di dare un buon esempio, per parlare dei problemi del territorio».
E invece?
«Invece sono stato criticato per non essermi schierato. Sarei stato criticato anche se mi fossi schierato. Non se ne esce».
Ma lei è ancora nel Pd?
«Per i motivi personali, non posso svolgere politica attivamente. Mi sono iscritto però al circolo Darwin, anche se sto ancora aspettando la tessera. Mi sono tesserato perché non voglio andare via sbattendo la porta. Restare è un segnale».
Il suo ex circolo però è commissariato. Cosa ne pensa?
«All’inizio mi sembrava un’idea giusta. Anche perché pensavo che le mie dimissioni avrebbero stimolato la riflessione sulla necessità di avere un nuovo segretario al di fuori delle logiche del congresso provinciale. Così non è stato. Io sono arrivato al circolo come candidato unico. Poi di colpo sono saltate fuori delle aspirazioni legittime che credo andavano sviluppate prima, molto serenamente, in una fase congressuale». (e.spa.)
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