Gazzetta di Reggio

Reggio

Un addio senza retorica per Olivi

di Giulia Bassi
Un addio senza retorica per Olivi

Ieri i funerali del pittore morto a 90 anni. Tra gli amici anche Montorsi e Mussini

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REGGIO EMILIA. «Per Bruno Olivi trascrivo un pensiero di Baudelaire: “Ho trovato la definizione del Bello - del mio Bello. E' qualcosa di ardente, di triste, qualcosa che rimane un po' vago, e che lascia spazio alle congetture”».

Queste parole le ha riportate vent'anni fa il suo maestro, amico e collega luzzarese Pompilio Mandelli, pittore informale proprio come Olivi, che si è spento l'altra notte all'età di 90 anni. Per lui, ieri, un commiato sobrio, essenziale e senza la retorica delle cerimonie esteriori. Un ricordo autentico, per un uomo semplice che non soffriva le forme artefatte, gli atteggiamenti costruiti, i discorsi ridondanti. Olivi parlava piano, e non in modo gratuito; ma sorrideva o rideva di gusto come un ragazzino quando si citavano film comici o personaggi come Charlie Chaplin o Petrolini. Il suo essere artista dal profondo, lo ha portato all'essenziale: a esigere per esempio dal quotidiano quel tanto che bastava per vivere fino in fondo la sua pittura.

A dargli l'estremo saluto alla camera ardente dell'ospedale poi a Coviolo, accanto ai familiari, con la figlia Paola e il fratello Arturo, vi erano anche diversi colleghi come Carlo Mastronardi, Giordano Montorsi, Pietro Mussini, Corrado Tagliati, Graziano Pompili con la moglie Sonia e i collezionisti Giorgio Bertolini ed Ines Cavecchi. «Arrivato a Reggio negli anni '70, ho incontrato Bruno frequentando il gruppo di Gerra, Ettore, Squarza. In quegli anni si organizzavano diverse mostre all'Isolato San Rocco - ricorda lo scultore Pompili -. Mi colpì la sua persona schiva, modesta, ma con idee molto chiare. Sono sicuro che sarebbe potuto diventare più famoso se avesse accettato di insegnare all'Accademia delle Belle Arti di Venezia, quando glielo propose Virgilio Guidi, il suo maestro di Bologna; ma non ha voluto allontanarsi dalla sua città o mutare le sue abitudini. Nelle discussioni non l'ho mai sentito alzare la voce o dir male dei suoi colleghi; evitava di parlare della gente che non stimava. Ricordo qualche anno fa, ci siamo scambiati le opere: per me è stato un onore ricevere due suoi stupendi disegni che ho incorniciato subito. Mi piaceva moltissimo quando potevo andare nel suo studio-fucina- laboratorio: il pavimento era tappezzato di fogli messi l'uno sopra l'altro. Era emozionante vedere lo spazio dove nasceva la sua pittura: restituiva l'essenza dell'artista, appassionato e concentrato, che lavorava in modo metodico e costante e senza una finalità che fosse diversa dall’arte stessa».

Così è stato ricordato il grande pittore reggiano, caratterizzato da un'espressività prettamente lirica, intimista, portata con tenacia a scavare in profondità, da permettergli in più di 60 anni di attività di rimanere se stesso con il suo contrasto intrinseco: una figura minuta, per uno stile pittorico coerente, supportato da un'idea forte, frutto di una formazione vera -un nome fra tutti Giorgio Morandi- e di un istinto robusto che ha guidato la sua mano attraverso l'espressione di forme e simboli di un mondo infinito di immagini oniriche e di materiali da domare. Professore amatissimo nelle scuole, negli anni d'attività gli è stato accanto la moglie Maria, donna sensibile dalla personalità granitica, che ha dato molto a questo artista che lavorava ascoltando la musica di Mahler. Ora che è scomparso ci mancherà, e non sono solo i suoi amici a pensarlo.

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