«Ostetrici in elicottero al posto delle mamme»
La proposta alla Regione: «A spostarsi siano le équipe, non le partorienti» Bonaccini: «Se c’è la sicurezza, possiamo valutare la richiesta di deroga»
INVIATO A BOLOGNA. Nel gioco al rimpallo sulla responsabilità dell’eventuale chiusura del punto nascita di Castelnovo Monti potrebbe entrare in campo un altro protagonista. Finora la partita è stata giocata da aziende sanitarie, Regione e le combattive mamme della montagna. E sono proprio le promotrici del comitato “Salviamo le Cicogne” a chiamare in causa il quarto incomodo: i medici, sia ostetrici sia anestesisti. Ieri sono andate a Bologna per manifestare davanti alla sede della Regione, presentare le 11.031 firme raccolte e chiedere che sia fatta chiarezza sul futuro del reparto del Sant’Anna. Se l’assessore Sergio Venturi ha rinviato «la decisione alla commissione consultiva tecnico-scientifica “Percorso Nascita”», il presidente Stefano Bonaccini ha parlato di «una possibile richiesta di deroga in caso sia garantita la sicurezza per mamme e nascituri». Un’apertura che non è bastata alle mamme della montagna che hanno messo in campo una nuova proposta: «Anziché alle partorienti, facciamo prendere l’elicottero ai medici di Reggio Emilia».
La proposta, tanto semplice quanto forse irrealizzabile, nasce dal forte rischio che il futuro del punto nascite castelnovese sia già segnato. La parola d’ordine della Regione è «garantire la sicurezza del parto» e i medici chiedono garanzie. Al Sant’Anna ci sono 139 parti all’anno, mentre la legge stabilisce la chiusura dei reparti dove nascono meno di mille bambini. E, in base a quanto detto dallo stesso Venturi alle mamme, ci sarebbe «una lettera dei medici che non si sentono sicuri di operare a Castelnovo». Una serie di punti che rendono difficile la battaglia degli abitanti della montagna reggiana. E questo nonostante le firme raccolte e la trasferta a Bologna di settanta persone: mamme, padri, nonni, nonne e anche qualche giovanissima che in futuro vorrebbe diventare mamma al Sant’Anna.
«Sono nata in montagna, voglio vivere in montagna e in futuro vorrei partorire in montagna», dice Maria Vittoria Grisanti, 16 anni ma in prima fila per la salvaguardia del punto nascita: «Va mantenuto perché la sanità è un nostro diritto. Perché dobbiamo essere trattati diversamente dai cittadini di Reggio Emilia? Quando avrò un figlio voglio che nella carta di identità ci sia scritto “nato a Castelnovo Monti”. E lo voglio anche perché se ora si smantella il punto nascita, poi si smantellerà tutto l’ospedale e la montagna diventerà solo un luogo di vacanza».
E come una scolaresca in gita i montanari hanno raggiunto il capoluogo di Regione in pullman. Un viaggio durato più di tre ore, allietato da canti montanari accompagnati dal suono di un’armonica. Ma, dopo il “girotondo” davanti alla sede del consiglio, con tanto di striscioni e cori «giù le mani dal Sant’Anna», si sono dovuti scontrare con la realtà dei numeri snocciolati dall’assessore Venturi rispondendo all’interrogazione dei consiglieri regionali Gianluca Sassi (M5S) e Yuri Torri (Sel): «Nei primi 11 mesi del 2016 a Castelnovo sono stati fatti 139 parti, di cui il 28% con taglio cesareo». Se si aggiunge che il bacino di utenza dell’ospedale è di 33mila abitanti e nelle scuole ci sono 4.200 bambini e adolescenti, c’è poco da stare tranquilli.
«Decidono sulla carta ma dovrebbero venire a vivere in Appennino per un po' – sbotta Lorena Lugari –. Per vent’anni la montagna è stata sfruttata e considerata una pattumiera. Non si sono fatti problemi a portarci rifiuti, a concedere permessi per costruire e a devastare i fiumi, ma sono bloccati per una deroga che tenga aperto il punto nascita».
E la questione della deroga rimbalza dall’aula consigliare a quella dei gruppi regionali dove una delegazione dei comitati “Salviamo le Cicogne” e “Insieme per il Sant’Anna” ha incontrato Roberta Mori e Silvia Prodi del Pd, Gabriele Delmonte della Lega Nord e Raffaella Sensoli del M5S. Tutti ribadiscono che va valutata «in modo positivo la volontà espressa in aula da Venturi di investire sul potenziamento dell’ospedale, ma nessuno si sbilancia in attesa del «parere tecnico sui requisiti di sicurezza che uscirà dalla commissione “Percorso Nascita”».
«Non capiscono che in ospedale c’è un ambiente carino e accogliente. Sembra quasi di essere in una suite», dice scuotendo la testa Graziella Marazzi. «Se l’ospedale non va più bene, se vengono a mancare alcuni servizi ci rimettiamo tutti noi che ci stiamo impegnando per la montagna e stiamo investendo tantissimi soldi», commenta Paola Favalli. «Noi montanari abbiamo gli stessi doveri ma anche diritti degli altri: non ci possono togliere il nostro punto nascita», aggiunge ancora Maria Tondelli.
Ma se nessuno conferma la chiusura di ostetricia, nessuno dà per certa la deroga. Così è anche quando le rappresentanti delle Cicogne (Elisabetta Paroli, Agnese Lazzari, Nadia Vassallo e Simona Costi) incontrano di persona l’assessore Venturi e il presidente Bonaccini, accompagnato da Andrea Rossi, sottosegretario alla presidenza della Regione ed ex sindaco di Casalgrande.
Il titolare della delega alla salute conferma che «rafforzeremo il Sant’Anna con un investimento sia sulle risorse umane sia sui servizi, mentre garantiremo il periodo pre e post parto». Ma, nonostante le insistenze delle mamme, Venturi non si sbilancia sulla deroga. Le Cicogne non approvano, premono per avere certezze e il governatore quasi perde la pazienza: «Secondo voi quale motivo diverso dalla sicurezza può mettere a rischio il punto nascite? Tutto dipende dalla commissione: se decreta che è in sicurezza possiamo pensare a una richiesta di deroga. La questione non è nè economica, nè politica. Anzi, politicamente sarei felice di venire in montagna e dirvi che tutto resta come è».
E qui arriva la trovata delle Cicogne che chiamano in causa i medici: «Alcune zone della montagna distano più di 70 chilometri da Reggio. Le strade non sono certo agevoli e in inverno c’è la neve. Noi non possiamo andare al Santa Maria in ambulanza o con l’elicottero durante il travaglio. Perché non fate volare i medici e ci fate partorire al Sant’Anna?».
Un estremo tentativo di salvare il punto nascita. Una battaglia che va oltre la tutela del diritto alla salute ma che è un presidio a difesa di un territorio che teme di essere abbandonato. Un “se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna” sotto forma di medico e in elicottero.
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