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Reggio Emilia, ecco il protocollo d'accoglienza: "I profughi faranno volontariato"

di Evaristo Sparvieri
Reggio Emilia, ecco il protocollo d'accoglienza: "I profughi faranno volontariato"

Manghi, presidente della Provincia, illustra l’accordo sull’inserimento dei richiedenti asilo in percorsi di cittadinanza attiva

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REGGIO EMILIA. «Era uno degli obiettivi che ci eravamo posti nei mesi scorsi, insieme a una distribuzione più omogenea nel territorio: coinvolgere i richiedenti asilo nella vita di comunità. Un tema affrontato anche nel decreto del Governo, che basandosi su rimpatri veloci e sull’abbattimento dei tempi di riconoscimento del diritto d’asilo, si pone come obiettivo il passaggio da situazioni di irregolarità a un quadro di regolarizzazione». Così il presidente della Provincia, Giammaria Manghi, annuncia il nuovo protocollo sui progetti di cittadinanza attiva per i profughi, che proprio a Reggio sta per diventare realtà, in anticipo sui tempi rispetto al decreto del Governo approvato venerdì in Consiglio dei ministri.

Grazie allo schema di accordo elaborato proprio dalla Provincia, nelle sue “nuove vesti” di agenzia al servizio dei Comuni, nelle prossime settimane ogni amministrazione potrà infatti attivare progetti in grado di coinvolgere i richiedenti asilo in attività di volontariato socialmente utili. «Si tratta di un passaggio fondamentale per qualificare sempre più il nostro sistema di accoglienza nei confronti degli stessi profughi, ma anche delle comunità», afferma Manghi, che in veste di sindaco di Poviglio per primo sta già sperimentando l’utilizzo di alcuni migranti in affiancamento ai cantonieri nella manutenzione del verde pubblico.

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Fra gli altri Comuni che hanno già avviato progetti in tale direzione, anche Reggio Emilia, Albinea e Quattro Castella. «L’obiettivo – aggiunge Manghi – è valorizzare la presenza di queste persone in fuga da situazioni drammatiche nell’attesa non breve del riconoscimento giuridico dello status di rifugiato, inserendole in attività socialmente utili e incentivando il più possibile una loro presenza attiva sul territorio, nelle comunità che li ospitano». Gli uffici della Provincia hanno messo a punto, in collaborazione con Auser e Dimora d’Abramo, uno schema di accordo a tre che coinvolga i Comuni, il gestore dell’accoglienza (che nella nostra provincia, nella maggioranza dei casi, è la Dimora d’Abramo) e un’associazione di volontariato, definendone i reciproci impegni.

Auser, associazione di volontariato fondata dal sindacato pensionati della Cgil, si occupa anche di dialogo tra generazioni, nazionalità e culture diverse: «In Auser, che dispone di un’ampia rete di volontari sul territorio provinciale, abbiamo individuato un interlocutore competente per gli aspetti operativi di uno schema che è aperto a tutte le associazioni. E che ogni Comune potrà utilizzare tenendo conto delle specifiche realtà associative dei singoli territori», aggiunge Manghi. Due i requisiti fondamentali previsti nello schema elaborato dalla Provincia: che il migrante abbia presentato istanza di riconoscimento dello status di rifugiato e che richieda liberamente di aderire all’associazione, sottoscrivendo con il mediatore culturale un patto di volontariato di cui è stato ipotizzato un ulteriore schema. L’attività dovrà svolgersi sulla base di uno specifico progetto. Per quanto riguarda gli impegni dei tre soggetti, l’associazione dovrà iscrivere il volontario, seguirlo con attività di tutoraggio, organizzare le attività e provvedere alla copertura assicurativa; il Comune dovrà monitorare il progetto e concordare l’eventuale dotazione necessaria, soprattutto ai fini della sicurezza, per specifiche attività con il gestore dell’accoglienza, a cui compete la formazione del volontario. Al termine dell’esperienza, al volontario verrà rilasciato un attestato sull’attività svolta che non si esclude possa avere anche un qualche ruolo, ovviamente positivo, nella pratica di richiesta di asilo. «Uno dei grandi problemi nella gestione dei richiedenti asilo è da sempre quello di renderli attivi per la comunità - conclude Manghi – coinvolgendoli con progetti di questo tipo aumenta la probabilità che la loro presenza nei territori sia costruttiva e non comporti come conseguenze l’insorgere di situazioni spiacevoli».

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