Quella magnifica ossessione della politica
La legge elettorale è la croce e delizia, e (anche se oggi, forse, non più così tanto...) una sorta di magnifica ossessione dei partiti. Ed è il nodo intorno a cui si sta avviluppando questa ennesima transizione (o, per meglio dire, stallo) della politica nazionale che segue l'esito del referendum costituzionale. Su cui il Pd ha vissuto fibrillazioni rilevanti che si stanno ripercuotendo sulla tenuta stessa di questa formazione politica dopo la fine della (sovraffaticata) pax renziana determinata dalla sconfitta referendaria del segretario-ex presidente del Consiglio.
Così, il Partito democratico torna a dividersi, alla luce del sole, su tutto: dall'opportunità o meno della convocazione immediata del congresso al voto anticipato, dal partito-listone a vocazione maggioritaria piuttosto che il ritorno al centro-sinistra col trattino (la riedizione, riveduta e aggiornata di un'alleanza in stile neo-Ds e neo-Margherita) all'opzione per il premio di coalizione oppure di lista, fino, appunto, “madre di tutte le battaglie”, al modello di legislazione elettorale al cui proposito sta per giungere a brevissimo dalla Corte costituzionale il verdetto sulla parziale incostituzionalità dell'Italicum, con l'invito all'uniformazione dei sistemi di voto delle due Camere (e, quindi, un ulteriore stop di alto livello e grado alla corsa alle urne).
Ed ecco, allora, che si apre una settimana di incontri e posizionamenti rilevanti per il futuro di un partito il cui tasso di entropia si è innalzato moltissimo, fino a raggiungere la soglia di guardia se non addirittura, vista la discussione apertis verbis di una potenziale scissione, qualche rischio di implosione.
Lo testimonia il fatto che anche il triestino Gianni Cuperlo, che aveva animato – pagandone un prezzo elevato in termini personali – la componente delle sinistre interne più dialogante con la maggioranza, si trovi ora a invocare direttamente le dimissioni del segretario. Come già aveva fatto un antagonista “senza se e senza ma” di Renzi quale il governatore della Puglia (e suo potenziale competitor per l'investitura alla premiership) Michele Emiliano. E, soprattutto, lo mostrano le fratture e le divergenze di strategia che da qualche tempo a questa parte stanno spaccando la stessa maggioranza interna, da Dario Franceschini e Graziano Delrio a Matteo Orfini (con l'eccezione, verrebbe da dire, del Veneto, dove i renziani sono riusciti a ricompattarsi sul nome del sindaco di Noventa Padovana, Alessandro Bisato, come candidato unitario alla segreteria regionale).
Insomma, grande è la confusione sotto il cielo dem, ma, a differenza di quello che avrebbe commentato il “compagno” Mao, la situazione risulta tutt'altro che eccellente. Perché questo stato gassoso e caotico – e questa palude di sabbie mobili – rappresenta l'antitesi di quella “guerra di movimento” che è un sinonimo del renzismo. Se Renzi si ferma, si sa, è perduto, e queste giornate stanno configurando un mix di ragnatele e di hobbesiana guerra di tutti contro tutti che non lascia presagire granché di buono per la tenuta della sua leadership.
Nel Pd esistono alcuni problemi di fondo, rimasti insoluti, che vanno da quelli degli assetti dirigenziali a quelli – a nostro modesto avviso, davvero essenziali – delle tipologie di elettorato a cui rivolgersi e delle domande sociali a cui dare rappresentazione e rappresentanza. E, dal momento che, come ha scritto recentemente Fabio Bordignon, «le dinamiche del consenso sono ormai strettamente intrecciate alle dinamiche mediatiche», quello del scelta del leader e “front-man” costituisce un nodo da sciogliere e un fattore di successo tutt'altro che secondario (ovvero: Renzi riconfermato candidato oppure no?). Ma, nonostante, giustappunto, vari problemi da affrontare, l'autolesionismo del centrosinistra continua, nel tempo, a identificare una delle eterne costanti della sua storia; per di più, in un momento in cui la granitica e inscalfibile armata dei parlamentari grillina comincia per la prima volta a mostrare anche pubblicamente qualche crepa in relazione alla condotta, sempre più al vaglio della magistratura, della sindaca di Roma Virginia Raggi.
E, dunque, anche meramente in termini tattici, accelerare proprio adesso la notte dei lunghi coltelli e il regolamento dei conti fa pensare, ancora una volta, al tafazzismo malattia infantile del progressismo (e del centrosinistra).
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
