Congresso Pd, manovre al via tra i veleni
A Reggio non fa breccia l’ipotesi della scissione. Ma è già battaglia su tempi e modalità dell’ennesima resa dei conti interna
REGGIO EMILIA. La scissione per ora non sembra far breccia, nemmeno se a evocarla con forza è l’ex segretario, Pierluigi Bersani. E in quello che è stato storicamente il suo feudo reggiano, ormai tutti affilano le armi in funzione del congresso. Un appuntamento che sarà confermato solo dal voto dell’assemblea nazionale Pd, in programma nel fine settimana, dove il segretario Matteo Renzi dovrebbe formalizzare le dimissioni, dando così il via anticipato a una fase congressuale che, anche a Reggio, parte all’insegna del caos e delle correnti.
Congresso subito, congresso serio, congresso vero. Almeno tre le opzioni sul piatto per un partito sull’orlo di una crisi di nervi, alle prese con un rebus che solo l’assemblea sarà in grado di sciogliere, quando i renziani torneranno a chiedere a gran voce di anticipare l’appuntamento elettorale, come già fatto in direzione nazionale. Da Renzi al ministro Graziano Delrio fino ad Andrea Rossi, sottosegretario in Regione in predicato di entrare in una nuova segreteria renziana: un’ipotesi ora svanita di fronte all’ennesima resa dei conti all’orizzonte. Proprio da Rossi arriva la voce più convinta ad un congresso anticipato, in linea con il segretario regionale Pd, Paolo Calvano: «Non vedo alternative – commenta Rossi – Come ha detto Renzi, si è chiuso un ciclo. Per forza di cose il gruppo dirigente rimette il proprio mandato e ascolta il popolo di iscritti ed elettori, per ridefinire i confini politici di una proposta che sarà diversa dalle altre in campo. Nessuna resa dei conti, il congresso è un passaggio naturale. E spero si entri nel merito dei temi importanti per i cittadini: abbiamo due mesi e mezzo per un dibattito vero e sincero».
Per Rossi, «la scissione sarebbe un errore incomprensibile per il nostro elettorato, soprattutto in Emilia, dove c’è tanta militanza. E soprattutto se fatta nel momento più alto nella vita di un partito: un congresso dove tutti possono portare un contributo, ma stando dentro al partito, dove si possono raccogliere anche gli stimoli di Bersani per arginare le destre e i populismi». Una mano tesa alle minoranze, alle quali tuttavia Rossi non risparmia neanche una frecciata, in particolare verso quanti ora chiedono di posticipare l’appuntamento: «Speranza era stato il primo a chiedere il congresso – ricorda Rossi – La conferenza programmatica proposta da Orlando? Legittima, ma oggi non ci sono più le condizioni. Si doveva sviluppare all’indomani del referendum, quando si trattava di trovare unità sulle azioni da mettere in campo. L’unica strada è il congresso».
No alla scissione. Ma no anche a un congresso lampo. È ciò che chiede l’assessore Mirko Tutino, coordinatore per i “Democraticisocialisti” del governatore della Toscana, Enrico Rossi, che da tempo ha lanciato la sfida a Renzi: «Credo nella necessità di fare un congresso ma non penso che sia serio lanciare “un congresso lampo” – attacca Tutino – Renzi ha l’ossessione di essere riabilitato dopo la sconfitta referendaria e l’uscita da Palazzo Chigi. È un suo problema, non deve essere il problema del Pd e sicuramente non è percepito dagli italiani come un problema. Fa bene a dimettersi e dovremmo darci sei mesi per ricostruire molti rapporti rotti o logorati». Secondo Tutino, «ci sono due buoni motivi per cui ci vuol tempo per un congresso serio: ricostruire un rapporto con iscritti ed elettori che si sono allontanati e avere un confronto profondo su ciò che il Pd intende rappresentare per il futuro. Vogliamo essere il partito che si allea con Alfano e rompe con la Cgil? Io dico di no, ma è giusto che ci sia un confronto largo. Non possiamo limitare la discussione ai pochi iscritti di oggi». Vogliono un congresso, ma si sono astenuti in direzione i parlamentare ReteDem, gruppo di riferimento del deputato reggiano, Paolo Gandolfi: «Partiamo anche subito col congresso, ma pensare di chiuderlo entro aprile significa rinunciare a una discussione vera e a una partecipazione non di facciata dei nostri iscritti», afferma il senatore bolognese e portavoce, Sergio Lo Giudice. Persino per il sindaco di Rubiera, Emanuele Cavallaro, vicino a Bersani e alla minoranza, «c’è molto da discutere, ma scissione è un termine impronunciabile per un emiliano». E mentre all’appello mancano finora sostenitori reggiani del governatore pugliese, Michele Emiliano, sotto traccia le grandi manovre sono già partite. Senza esclusione di colpi.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
