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Nel campo modello di Sachsenhausen Qui le SS si allenavano

di Adriano Arati
Nel campo modello di Sachsenhausen Qui le SS si allenavano

Era il lager della propaganda e i nazisti ne erano orgogliosi Lo mostravano agli alleati come esempio di rieducazione

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REGGIO EMILIA. La sofferenza mascherata dalla bravura della propaganda. In questi giorni è iniziato il Viaggio della Memoria 2017 di Istoreco, che porterà nelle prossime settimane oltre mille studenti reggiani in visita a Berlino, in tre turni distinti. Come ogni anno la Gazzetta racconterà da vicino questa esperienza, sia sul proprio sito che sul cartaceo, grazie ai contributi delle ragazze e dei ragazzi delle varie scuole reggiane. La prima tappa si chiama Sachsenhausen, uno dei principali campi del sistema concentrazionario nazista, visitato ieri mattina dalla V E informatica del Pascal, dalla V A Iti e la V Afm del D'Arzo di Montecchio. Uno dei primissimi creati, assieme a Dachau, e a lungo usato come luogo di formazione per le SS che poi avrebbero dovuto dirigere strutture simili in quello che all'epoca era l'immenso territorio del Reich in espansione. Sachsenhausen nasce nel 1936, pensato con una particolare architettura voluta da Heinrich Himmler in persona.

«Il capo delle SS voleva che quello fosse il campo ideale, ogni punto della zona di prigionia doveva sempre essere visibile, secondo il concetto del panopticon. E c'era un luogo di addestramento per le altre SS: facevano turni in questo campo per “allenarsi” a dirigere gli altri. E sempre qui c'era l'ufficio di coordinamento di tutti i campi nazisti», raccontano i ragazzi del Pascal. «Prima di iniziare gli incontri del Viaggio non sapevamo niente di questo luogo, invece è un pezzo importante di storia. E poi lo hanno costruito proprio mentre c'erano le Olimpiadi, tutto il mondo guardava qui».

Saschenhausen porta con sè una storia davvero peculiare. I nazisti lo costruiscono per gli oppositori politici, comunisti e cattolici in primis, e progressivamente viene allargato a “diversi” e a prigionieri di guerra. Non era un campo pensato per gli ebrei. Diversi ebrei vi passarono, ma per le loro idee politiche o le loro competenze: la famosa operazione Bernhard, la falsificazione di sterline da parte di falsari ebrei poi diventata anche un film, ha sede qui. L'attuale museo, ristrutturato nel 2005, è stato spesso visitato da nostalgici nazisti. Nel 1992 un gruppo neonazista viene arrestato per l'incendio di una struttura, negli anni seguenti altri vennero fermati mentre festeggiavano nelle baracche, ammirando i resti dei vecchi tempi. «È il campo della propaganda. Spesso lo hanno visitato, i nazisti ne erano orgogliosi e lo mostravano agli alleati come esempio di campo di rieducazione. Ogni dettaglio era curato alla perfezione: c'erano le Olimpiadi e sparivano gli “scocciatori”, finivano qui. Tutti erano contenti», spiegano i ragazzi reggiani. All'ingresso, sulla cancellata in metallo, la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi): «Era una beffa, in realtà solo pochissimi sono stati liberati perché rieducati. Anche questo serviva alla propaganda e al lavaggio del cervello. Alla stazione zeta, il luogo delle uccisioni e delle cremazioni, la musica era sempre altissima. Anche ad Auschwitz era così».

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