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Pd, da Roma a Reggio la scissione balla sul filo del telefono

di EVARISTO SPARVIERI
Pd, da Roma a Reggio la scissione balla sul filo del telefono

Al Festival della divisione, Delrio canta nel fuori onda Il nodo del contendere? Le poltrone, non tanto il congresso

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I. l festival della scissione italiana si gioca di fatto dietro le quinte, dove in epoca di dibattiti sulle post verità è sufficiente un microfono acceso per rivelare una realtà dei fatti che in nulla contraddice pagine e pagine di retroscena smentiti.

Da Roma a Reggio Emilia. E viceversa. Sul palco, davanti alle luci della ribalta, si susseguono gli interpreti di un melodramma italico targato Pd, con ritornelli in tutto simili a se stessi: appelli all’amore e all’unità, in perfetto stile Sanremo, mentre dietro le quinte se le cantano e se la suonano da kermesse heavy metal.

È proprio qui che, accesi i microfoni, si scopre in fondo una realtà disarmante: la politica? Al netto di posizioni e ideologie in campo, è roba da pallottoliere.

«Matteo non ha fatto nemmeno una telefonata per evitare la rottura», spiega il ministro Graziano Delrio al presidente della Commissione Trasporti della Camera, Michele Meta. Basterà un televoto?

Dichiarazioni del ministro reggiano a sua insaputa, nelle quali finiscono però anche i tifosi renziani. Per Delrio, pensano che con la scissione «diminuiscano i posti da distribuire» ma «non capiscono un cazzo».

Non è la prima volta che il ministro sdogana espressioni colorite. Lo aveva già fatto recentemente anche in direzione nazionale. E non è la prima volta che viene pizzicato in imbarazzanti fuorionda (si veda con Chiamparino o con Boccia), nei quali chiarisce una volta di più i suoi rapporti con l’amico Matteo.

Renziano con diritto di critica. Così qualcuno lo ha definito nei giorni scorsi. Ma, di là dai rapporti con il segretario – dove il confine tra braccio destro e palla al piede sembra variare al mutar delle stagioni – quel che capta il microfono rivela una realtà più di nobile e complessa di quanto si possa intuire.

Di fatto, un affare di poltrone, dove il dibattito sul congresso sembra solo una cartina di tornasole. Non si tratta di fare una semplice conta interna fra sostenitori della maggioranza o delle minoranze. La partita è molto più delicata: una misurazione di forze in campo in funzione della sfida elettorale, ovvero sui “posti da distribuire”.

A Reggio, i renziani occupano già molte delle posizioni che contano. A partire dalla Regione, dove siede il renzianissimo Andrea Rossi. Oppure in assemblea legislativa, dove invece si trova la leopoldina Ottavia Soncini, con il ruolo di vicepresidente.

E poi la giunta Vecchi, dove tutti sono renziani. Veri o sedicenti. Due sole le eccezioni: Sassi e Tutino, dei quali i renziani farebbero volentieri anche a meno.

Senza contare il renziano, Giammaria Manghi, presidente della Provincia, e la renziana Annalisa Rabitti alle Farmacie Comunali. Oppure Ettore Rocchi, fidato di Delrio, a capo della Stu Reggiane, o infine Emanuela Caselli, presidente della Sala del Tricolore, dove al contrario i renziani duri e puri sono in minoranza, ma non rinunciano a far sentire la loro voce. Mai.

Su 20 consiglieri comunali Pd, nove non hanno sottoscritto il documento di sostegno al sì per il referendum di dicembre: una pattuglia che, in caso di eccesso di renzismo, sarebbe pronta anche a salutare il fu Partito Democratico, per cercare nuove avventure.

Tutti gli indizi, in fondo, portano ormai alla scissione. A cominciare dall’Italicum: un sistema elettorale proporzionale nel quale i partiti piccoli sono il vero ago della bilancia, con lo sbarramento alla Camera al 3%, un premio di maggioranza altissimo al 40% e i capilista bloccati.

Tradotto: in assenza del 40%, i posti da assegnare in Parlamento attraverso il voto popolare si riducono di un centinaio di seggi. Se Renzi vince Congresso ed elezioni, quindi, si prende tutto, candidando i suoi uomini come capilista bloccati. Un rischio che val bene una scissione.

Cosa fare? Per le minoranze non resta che andarsene. Che, di là dei proclami all’unità, sanno benissimo convenire anche a loro. O scissi o fuori dal Parlamento. Questo è il dilemma. Almeno secondo l’attuale assetto della politica italiana.

Il Pd senza gli scissionisti è dato tra il 22% e il 27%. Il nascituro partito di D’Alema, Bersani e company, invece, è quotato al massimo sul 10%. Una percentuale più che sufficiente per entrare sia alla Camera che al Senato. E diventare coloro con cui dover necessariamente fare i conti. Punto e a capo.

Scenari che solo un cambiamento della legge elettorale potrebbe rivoluzionare, portando a una ricucitura tra le parti che, in realtà, per il momento hanno già deciso tutto (persino i simboli). Lo dice lo stesso Delrio. È in questa prospettiva, tuttavia, che si può leggere l’appello del segretario provinciale Pd, Andrea Costa, ex bersaniano, che dalle pagine della Gazzetta ha indicato come unica strada percorribile quella dell’abolizione dei capilista bloccati. Un modo per stemperare i toni all’interno del partito. Ma una strada quasi impraticabile, dal momento che anche un accordo interno al Pd dovrebbe fare comunque i conti con il voto parlamentare, dove invece Lega, M5s, Forza Italia e compagnia bella non attendono altro che impallinare Renzi, il Pd o quel che ne rimane. Il processo, ormai, è irreversibile. L’autodistruzione è in atto. E il fuorionda di Delrio non fa che confermarlo. La conseguenza? Per il Pd ancora il caos primordiale. Per il Paese, invece, è una sola: l’ingovernabilità, ma governata dai posti che contano. Magari sulle note di Occidentali’s Karma come colonna sonora della catastrofe.

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