Sicurezza partecipata ecco il “modello Reggio”
Questa mattina in Prefettura la firma del protocollo per il controllo di comunità Insieme al sindaco e al prefetto anche il capo della polizia Franco Gabrielli
REGGIO EMILIA. Questa mattina in Prefettura – con un ospite eccellente, il capo della polizia italiana Franco Gabrielli – il prefetto Raffaele Ruberto e il sindaco Luca Vecchi firmeranno il protocollo per il controllo di comunità che istituzionalizza i gruppi di privati cittadini che intendono avere una parte attiva nella sicurezza partecipata. Un tema scottante che pone il problema di come regolamentare i gruppi che, finora, si sono costituiti spontaneamente tramite WhatsApp.
Il ministero era già corso ai ripari, stilando, nel novembre scorso, un documento-tipo destinato alle amministrazioni, visto che il percorso prevede obbligatoriamente la stipula di convenzioni tra i gruppi territoriali e il singolo Comune. La bozza ministeriale prevedeva una serie di “paletti” per far sì che i gruppi non si trasformassero in ronde e in giustizia fai-da-te; restava il problema della declinazione del Comune di Reggio Emilia. Ora siamo in dirittura d’arrivo. Su Reggio, l’unica cosa certa è che non si chiameranno “gruppi di vicinato”, come la vulgata li ha conosciuti finora, bensì “controllo di comunità”. «Si può abitare vicini senza conoscersi, è la casistica più frequente: vogliamo enfatizzare la parola comunità perché pensiamo che questo protocollo serva a costruire legami sociali tra persone, conditio sine qua non per creare maggiore sicurezza», ha affermato l’assessore alla Sicurezza Natalia Maramotti.
Per costruire il protocollo in salsa tricolore, il Comune si è confrontato con altre esperienze avviate in precedenza in regione, in particolare in comuni romagnoli e del parmigiano, dove certi aspetti sono stati riconsiderati. Come funziona nelle altre città? Anzitutto i privati cittadini disponibili a vigilare sulla sicurezza del proprio quartiere si mettono in rete via WhatsApp e nominano un coordinatore del gruppo; quest’ultimo deve presentarsi alle forze dell’ordine e alla Municipale, nonché seguire un breve corso di formazione. Gli aderenti non possono schermare la propria identità (cioè usare pseudonimi) e devono accettare di rendere noto, in una sorta di registro che non sarà pubblico ma noto a Comune e forze dell’ordine.
Tutto ciò consentirà la tracciabilità delle segnalazioni e ha molteplici finalità: scongiurare il pericolo che entrino persone con precedenti penali, verificare che gli aderenti abitino in quel delimitato territorio e infine comporta un’assunzione di responsabilità da parte del singolo, poiché chi segnala fatti inesistenti rischia a sua volta una denuncia per procurato allarme. Insomma, in cambio dell’accreditamento i cittadini dovranno metterci la faccia. Altri paletti riguardano il tipo di segnalazioni, che dovranno concernere solo la sicurezza pubblica. No per esempio alle lamentele per le buche in strada e a tutto ciò che non è pertinente. Con un occhio di riguardo alla privacy: divieto assoluto di fotografare o filmare persone che non stiano compiendo un reato. Gli altri Comuni hanno poi previsto una divisione di competenze: se si vogliono segnalare reati in corso piuttosto seri (ad esempio una rissa) si scrive al coordinatore su WhatsApp che gira la segnalazione in tempo reale a carabinieri e polizia, mentre la municipale interviene su situazioni non urgenti.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
