Gazzetta di Reggio

Reggio

Sicurezza partecipata ecco il “modello Reggio”

di Ambra Prati
Sicurezza partecipata ecco il “modello Reggio”

Questa mattina in Prefettura la firma del protocollo per il controllo di comunità Insieme al sindaco e al prefetto anche il capo della polizia Franco Gabrielli

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Questa mattina in Prefettura – con un ospite eccellente, il capo della polizia italiana Franco Gabrielli – il prefetto Raffaele Ruberto e il sindaco Luca Vecchi firmeranno il protocollo per il controllo di comunità che istituzionalizza i gruppi di privati cittadini che intendono avere una parte attiva nella sicurezza partecipata. Un tema scottante che pone il problema di come regolamentare i gruppi che, finora, si sono costituiti spontaneamente tramite WhatsApp.

Il ministero era già corso ai ripari, stilando, nel novembre scorso, un documento-tipo destinato alle amministrazioni, visto che il percorso prevede obbligatoriamente la stipula di convenzioni tra i gruppi territoriali e il singolo Comune. La bozza ministeriale prevedeva una serie di “paletti” per far sì che i gruppi non si trasformassero in ronde e in giustizia fai-da-te; restava il problema della declinazione del Comune di Reggio Emilia. Ora siamo in dirittura d’arrivo. Su Reggio, l’unica cosa certa è che non si chiameranno “gruppi di vicinato”, come la vulgata li ha conosciuti finora, bensì “controllo di comunità”. «Si può abitare vicini senza conoscersi, è la casistica più frequente: vogliamo enfatizzare la parola comunità perché pensiamo che questo protocollo serva a costruire legami sociali tra persone, conditio sine qua non per creare maggiore sicurezza», ha affermato l’assessore alla Sicurezza Natalia Maramotti.

Per costruire il protocollo in salsa tricolore, il Comune si è confrontato con altre esperienze avviate in precedenza in regione, in particolare in comuni romagnoli e del parmigiano, dove certi aspetti sono stati riconsiderati. Come funziona nelle altre città? Anzitutto i privati cittadini disponibili a vigilare sulla sicurezza del proprio quartiere si mettono in rete via WhatsApp e nominano un coordinatore del gruppo; quest’ultimo deve presentarsi alle forze dell’ordine e alla Municipale, nonché seguire un breve corso di formazione. Gli aderenti non possono schermare la propria identità (cioè usare pseudonimi) e devono accettare di rendere noto, in una sorta di registro che non sarà pubblico ma noto a Comune e forze dell’ordine.

Tutto ciò consentirà la tracciabilità delle segnalazioni e ha molteplici finalità: scongiurare il pericolo che entrino persone con precedenti penali, verificare che gli aderenti abitino in quel delimitato territorio e infine comporta un’assunzione di responsabilità da parte del singolo, poiché chi segnala fatti inesistenti rischia a sua volta una denuncia per procurato allarme. Insomma, in cambio dell’accreditamento i cittadini dovranno metterci la faccia. Altri paletti riguardano il tipo di segnalazioni, che dovranno concernere solo la sicurezza pubblica. No per esempio alle lamentele per le buche in strada e a tutto ciò che non è pertinente. Con un occhio di riguardo alla privacy: divieto assoluto di fotografare o filmare persone che non stiano compiendo un reato. Gli altri Comuni hanno poi previsto una divisione di competenze: se si vogliono segnalare reati in corso piuttosto seri (ad esempio una rissa) si scrive al coordinatore su WhatsApp che gira la segnalazione in tempo reale a carabinieri e polizia, mentre la municipale interviene su situazioni non urgenti.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google