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Giro di vite con un giro di social

Stefano Scansani
Giro di vite con un giro di social

Verba volant, il commento del direttore della Gazzetta di Reggio sul protocollo che dà il via libera al "controllo di comunità"

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REGGIO EMILIA. Anche in questo Reggio Emilia è una città pilota: da oggi coinvolge attivamente i cittadini con il progetto "Mille occhi". Mi pare il nome nuovo e appropriato per sfuggire al rischio brancaleonesco delle ronde, o per diversificare il contesto della città dalla declinazione rurale di Controllo di Vicinato (controlla il prossimo tuo come te stesso). Il capoluogo in accordo con la prefettura ha scelto la formula più urbana e “stretta” di Controllo di comunità. Impegno che - per uscire dalla ridondanza delle parole - riconosce e forma gruppi di cittadini suddivisi per quartieri o strade. I reggiani possono organizzarsi in gruppi WhatsApp. L’ambizione è quella di tornare all’abitudine civile e civica del controllo del territorio, ma attraverso le tecnologie correnti, rapide, puntuali.

Assisti a qualcosa che non va? Incappi in un soggetto e nei suoi strani movimenti? La segnalazione corre attraverso la chat e passa in carico alle forze dell’ordine. Il giro di vite avviene con un giro social.

Attendiamo i risultati. Anche perché a Reggio Emilia le spinte e le controspinte prodotte dai fatti criminali sono insopportabili. Reati predatori. Cioè il furto in appartamento, quello nel negozio, la truffa agli anziani, fino allo scippo e alla rapina non fanno differenza, non appartengono a categorie diverse. Turbano, sfasciano, mortificano. E fanno bene i sindaci dell’Unione Tresinaro a portare avanti la petizione online affinché il legislatore renda più severe e certe le pene. Perché Reggio e l’Italia non sono il Paese di Bengodi boccaccesco. A sostenere questa presa di coscienza (che non è politica, non è ideologica) ieri sono stati il capo della polizia Gabrielli, il prefetto Ruberto e il sindaco Vecchi. Con declinazioni diverse hanno affermato che non si deve più parlare di microcriminalità. Ma di criminalità e basta. Criminalità che è aumentata?

Il punto di domanda è una provocazione perché il protocollo, pur nella sua ottima intenzione, non prende atto, non ammette esplicitamente l’incremento dei fatti di cronaca nera. L’incipit: “Premesso che il contesto socio economico e la diffusione di un crescente livello di percezione di insicurezza nella comunità locale impone di adottare nuove strategie...”. Impone? Questa storia della percezione rischia di diventare un vetro deflettore: è come se la fenomenologia riguardasse più il livello di tolleranza della gente che i reati, i ladri presi e già a spasso, i tempi della giustizia, le leggi di carta velina, lo svuotacarceri.

Nel dispositivo del protocollo si legge che è necessario “incrementare la risposta alla crescente domanda di sicurezza, anche in termini di qualità percepita”; ed ancora: “riducendo il senso di insicurezza sia nello spazio pubblico che in quello privato”. Qualità percepita, senso di insicurezza... Cioè viene fatto riferimento alle risposte emotive collettive - dunque reazioni astratte - a un fenomeno concreto. Potrebbe sorgere il dubbio e insorgere il rischio che la cura si sposti verso la percezione (dei cittadini) perché lo Stato non è in grado di assestare un colpo all’esecuzione e agli autori (dei reati). Chattiamoli tutti.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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