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Sicurezza, via libera al controllo di comunità: "Ma niente cittadini sceriffi"

di Ambra Prati
Sicurezza, via libera al controllo di comunità: "Ma niente cittadini sceriffi"

Reggio Emilia: firmato in prefettura, alla presenza del capo della polizia Franco Gabrielli, il protocollo del “controllo di comunità”. Il prefetto Raffaele Ruberto: «Ognuno deve metterci del suo ma abbiamo messo dei paletti»

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REGGIO EMILIA. Il protocollo del “controllo di comunità” - che regolamenta i gruppi di cittadini che vogliono dare il loro contributo sulla vigilanza e sulla sicurezza di un delimitato territorio - è stato firmato ieri in prefettura, alla presenza del capo della polizia di Stato, Franco Gabrielli. Ad accoglierlo («a Reggio nell’ultimo anno abbiamo ricevuto le più alte cariche dello Stato», ha rimarcato Vecchi), i vertici istituzionali e delle forze dell’ordine: il prefetto Raffaele Ruberto, il sindaco di Reggio Luca Vecchi, accompagnato dall’assessore alla Sicurezza Natalia Maramotti e dal comandante di polizia municipale Stefano Poma, il presidente della Provincia Giammaria Manghi, il questore Isabella Fusiello, i colonnelli dell’Arma Antonino Buda e della guardia di finanza Roberto Piccinini.

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IL PATTO. Il disciplinare, su direttiva del ministero dell’Interno (la bozza circola dall’ottobre scorso) rielaborata in salsa reggiana, è il primo modello operativo nella nostra provincia, per ora riguardante il solo Comune di Reggio. Lo scopo è piantare alcuni paletti alla partecipazione dei cittadini sul fronte «sicurezza partecipata e sussidiarietà circolare – ha premesso il prefetto Ruberto – Chiamiamolo patto, visto che ripropone il controllo sociale di un tempo: ognuno deve metterci del suo». Il prefetto ha illustrato le linee guida del protocollo: gruppi di cittadini che si iscrivono a un elenco tracciabile, la nomina di un referente che seguirà un corso di formazione, lo scambio di informazioni (solo quelle pertinenti) tramite una chat su WhatsApp, un coordinatore della Municipale, le segnalazioni di reati in corso passate a carabinieri e polizia. «Si potrebbe anche allestire una cartellonista apposita: zona sottoposta a controllo di comunità», ha chiosato il prefetto.

I DISTINGUO DI GABRIELLI. Il capo della polizia, presente a Reggio (prima di un impegno a Parma) perché «profondamente legato a questo territorio e convinto della bontà dell’operazione», ha sottolineato che la partecipazione dei reggiani alla sicurezza è nel solco della tradizione («qui denunciate tutto») e che i protocolli di questo tipo sono ancora troppo pochi. Gabrielli ha prospettato un maggior coinvolgimento della polizia municipale: «La Municipale è un asset fondamentale. È arrivato il tempo di fare un passo avanti sull’utilizzo del corpo, ad esempio mettendo in rete le banche dati». Il patto, ha proseguito Gabrielli, presuppone «che non si deleghi più ad altri il tema sicurezza, anche perché è impensabile che ad ogni angolo di strada sia presente un agente o un carabiniere».

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Il ruolo dei cittadini è imprescindibile, ma è anche un’assunzione di responsabilità («I gruppi di comunità non sono ronde») e un ingaggio del genere non è scevro da rischi: «Il flusso di informazioni, se non selezionate e certificate, può sortire l’effetto contrario a quanto ci si prefigge: travolgere, anziché essere di supporto. Il meccanismo può essere virtuoso solo a certe condizioni e con garanzie di serietà. L’ideale è che, prima che il gruppo si formi, i cittadini si presentino alla Municipale. Perciò è fondamentale la formazione, anche per prevenire comportamenti criminogeni». Gabrielli si è detto consapevole che il tema presti il fianco a strumentalizzazioni: «Telefonare alle forze di polizia e mettersi a cronometrare i minuti che ci mettono ad arrivare è il modo sbagliato di intendere il controllo di comunità. Oggi si prova a scrivere una pagina diversa».

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PENE PIÙ SEVERE. «Senza la certezza della pena, si rischia di minare la credibilità istituzionale». Il sindaco di Reggio Luca Vecchi ha messo il dito nella piaga, avanzando una sottolineatura politica strettamente imparentata alla sicurezza: «È arrivato il momento di inasprire le pene sui reati predatori: per i trasgressori si apra una effettiva espulsione o una effettiva carcerazione. Altrimenti la capacità di intervento dei sindaci viene minata». «Questa firma segna il dinamismo reggiano su due macro filoni, che pervadono la nostra vita quotidiana: l’immigrazione e la sicurezza – ha fato eco Manghi – È chiaro che il lavoro dei territori rischia di non essere esaustivo, in assenza di passi avanti sulla certezza della pena. Non è una questione di schieramenti opposti: è realismo».

Il riferimento è al decreto sicurezza urbana appena approvato: un ampliamento di poteri per i sindaci, ma non quella sterzata legislativa invocata nel Reggiano. A partire dai sindaci dell’Unione Tresinaro-Secchia: la loro petizione online per sensibilizzare il governo a riformare il codice penale sui reati minori ha già raccolto ben 16mila firme.

«Noi siamo funzionari dello Stato, ci limitiamo ad applicare le leggi – ha replicato Gabrielli – Si tratta di scelte politiche, per nulla condivise».

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