Nei sotterranei visita ai bunker anti-aerei
La reazione dei ragazzi: «Scrivevano pensieri sui muri per mantenere un po’ della loro umanità»
BERLINO. Gli Imi? «Degli internati militari italiani non si parla molto, ma queste persone sono motivo di grande orgoglio per ognuno di noi, dal primo all'ultimo, ed è per questo che dovremmo continuare a parlarne, a mantenere viva la memoria di quei soldati che hanno sudato e sputato sangue per la loro patria». La riflessione sul ruolo attivo avuto da questi deportati, che hanno scelto l'addio alla violenza pagandone un prezzo altissimo, arriva da Francesca Valli della 4°A del Motti Tecnico. Il primo impatto berlinese con queste vite, già conosciute bene grazie agli approfondimenti reggiani, è stato accompagnato da vento gelido e pioggia. «Baracche lunghe e basse, senso temporaneo di claustrofobia e da qui posso immaginare, anche se minimamente, come abbiano sofferto le centinaia di persone internate che dovevano stare ammassate come animali pronti al macello», racconta Francesca. Eppure, gli studenti sono protetti e attrezzati: «Eravamo tutti infreddoliti: noi avevamo giacche e sciarpe di lana, loro camicie di cotone leggero e scarpe di cartone». I problemi erano anche altri, morali e umani, con l'assenza delle normali convenzioni sociali: «La società odierna ha regole precise: rispetta la nostra intimità assegnandoci spazi che proteggono i nostri diritti. Lì, in quelle baracche, la società venne ribaltata fino all'annullamento totale: i bagni degli internati non erano suddivisi secondo il sesso, al contrario erano tutti uniti; le donne si vergognavano, ma non potevano fare nulla». La visita ha portato i ragazzi anche negli stretti bunker anti-aereo sotterranei, «dove gli internati rimanevano rinchiusi per ore e ore mentre le bombe degli alleati attaccavano il territorio, creando confusione e paura. Mentre il regime tentava di annullarli, loro appuntavano date, pensieri e moniti sui muri, consegnando a quel muro un po' della loro umanità». Qualche parola e qualche disegno, qualche speranza che ora rimane ancora visibile: «Ci è sembrato di tornare indietro nel tempo e di entrare nella quotidianità di quei momenti che a molti appaiono lontani e antichi: l'arrivo dei soldati tedeschi. Gli spari. La richiesta di entrare nella loro squadra militare. Il rifiuto e la deportazione», continua Francesca. «Tutti i racconti di questi deportati ci hanno insegnato a mantenere la nostra dignità e a rispettare prima di tutto noi stessi e gli ideali che ci appartengono». (adr.ar.)
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