Gazzetta di Reggio

Reggio

Nei sotterranei visita ai bunker anti-aerei

Nei sotterranei visita ai bunker anti-aerei

La reazione dei ragazzi: «Scrivevano pensieri sui muri per mantenere un po’ della loro umanità»

2 MINUTI DI LETTURA





BERLINO. Gli Imi? «Degli internati militari italiani non si parla molto, ma queste persone sono motivo di grande orgoglio per ognuno di noi, dal primo all'ultimo, ed è per questo che dovremmo continuare a parlarne, a mantenere viva la memoria di quei soldati che hanno sudato e sputato sangue per la loro patria». La riflessione sul ruolo attivo avuto da questi deportati, che hanno scelto l'addio alla violenza pagandone un prezzo altissimo, arriva da Francesca Valli della 4°A del Motti Tecnico. Il primo impatto berlinese con queste vite, già conosciute bene grazie agli approfondimenti reggiani, è stato accompagnato da vento gelido e pioggia. «Baracche lunghe e basse, senso temporaneo di claustrofobia e da qui posso immaginare, anche se minimamente, come abbiano sofferto le centinaia di persone internate che dovevano stare ammassate come animali pronti al macello», racconta Francesca. Eppure, gli studenti sono protetti e attrezzati: «Eravamo tutti infreddoliti: noi avevamo giacche e sciarpe di lana, loro camicie di cotone leggero e scarpe di cartone». I problemi erano anche altri, morali e umani, con l'assenza delle normali convenzioni sociali: «La società odierna ha regole precise: rispetta la nostra intimità assegnandoci spazi che proteggono i nostri diritti. Lì, in quelle baracche, la società venne ribaltata fino all'annullamento totale: i bagni degli internati non erano suddivisi secondo il sesso, al contrario erano tutti uniti; le donne si vergognavano, ma non potevano fare nulla». La visita ha portato i ragazzi anche negli stretti bunker anti-aereo sotterranei, «dove gli internati rimanevano rinchiusi per ore e ore mentre le bombe degli alleati attaccavano il territorio, creando confusione e paura. Mentre il regime tentava di annullarli, loro appuntavano date, pensieri e moniti sui muri, consegnando a quel muro un po' della loro umanità». Qualche parola e qualche disegno, qualche speranza che ora rimane ancora visibile: «Ci è sembrato di tornare indietro nel tempo e di entrare nella quotidianità di quei momenti che a molti appaiono lontani e antichi: l'arrivo dei soldati tedeschi. Gli spari. La richiesta di entrare nella loro squadra militare. Il rifiuto e la deportazione», continua Francesca. «Tutti i racconti di questi deportati ci hanno insegnato a mantenere la nostra dignità e a rispettare prima di tutto noi stessi e gli ideali che ci appartengono». (adr.ar.)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google