Nel campo di lavoro di Schöneweide simbolo della Shoah
Tra i reperti più toccanti, una cintura fatta con cavi elettrici «Realizzata da un prigioniero che aveva perso 25 chili»
BERLINO. In cerca del passato italiano nel luogo dove i soldati dissero No. Nei giorni scorsi parecchie classi delle scuole superiori reggiane impegnate nell'edizione 2017 del Viaggio della Memoria di Istoreco a Berlino hanno visitato il campo di prigionia di Schöneweide, ultima testimonianza rimasta nella capitale delle centinaia di insediamenti dove durante la guerra vissero deportati, civili e militari, usati come schiavi lavoratori dagli italiani. Un fenomeno che coinvolse oltre undici milioni di persone e fra loro quasi 700mila italiani, fra cui parecchie centinaia di reggiani: soldati impegnati sui vari fronti della guerra che dopo l'8 settembre 1943 e l'armistizio decisero di non unirsi ai nazisti nè, pochi mesi dopo, alla neonata Repubblica di Salò. A loro, e alle tante vicende reggiane conosciute in questi anni, è dedicato il cuore del Viaggio della Memoria 2017, al centro di questo terzo appuntamento del diario berlinese ospitato dalla Gazzetta sulle sue pagine e sul suo sito.
Nelle settimane precedenti alla partenza, le varie classi hanno partecipato a lezioni sul tema, e molte fra loro hanno anche visitato la mostra “I soldati che dissero NO” allestita da Istoreco in Sinagoga.
Schöneweide, un campo già all'epoca inserito in un popoloso quartiere operaio, è il simbolo di quella vicenda, memoriale voluto dal governo tedesco per raccontare le storie di milioni di donne e uomini vittime del nazismo. In questo complesso, una parte speciale è dedicata agli italiani, una vicenda a sè stante per molti motivi. Mentre altrove i lavoratori coatti venivano prelevati fra le fila dei popoli conquistati, con l'Italia si passò da alleati a traditori nel giro di una settimana. «E nonostante questo, quasi nessuno di quelli che hanno detto di no hanno poi cambiato idea, anche se spesso i fascisti e i nazisti andavano a fare proposte: se si fossero uniti a loro, avrebbero avuto cibo, case calde, comodità, invece che condizioni di vita terrificanti», raccontano le ragazze delle quarte dello Zanelli. «Non era un campo di concentramento, questo era un campo di lavoro e i nazisti avevano interesse che i prigionieri potessero lavorare, dovevano dargli da mangiare, ma le condizioni erano durissime comunque, alcune foto fanno impressione. E qui c'è freddo, freddo vero». I reperti ancora ospitati a Schöneweide lo confermano: «Mi ha colpito un oggetto colorato, era fatto con grande cura, erano dei fili di plastica colorati, intrecciati benissimo fra loro. Ho capito solo dopo: era una cintura che un prigioniero si era fatto usando dei cavi elettrici in fabbrica, aveva perso oltre 25 kg e i pantaloni gli cascavano dalla vita. Forse è sbagliato, ma mi sono vergognata, pensavo al dolore, ai patimenti, a tutto quello che hanno dovuto fare per sopravvivere quelle persone».
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