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Anziano soffocato Chiesti sei mesi per l’infermiera

Anziano soffocato Chiesti sei mesi per l’infermiera

REGGIO EMILIA. Nel gennaio del 2010 l’82enne Camillo Grassi è morto soffocato nella casa protetta “I Girasoli” di Pieve Modolena. Un decesso avvenuto per asfissia, perché rimase incastrato con la...

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REGGIO EMILIA. Nel gennaio del 2010 l’82enne Camillo Grassi è morto soffocato nella casa protetta “I Girasoli” di Pieve Modolena. Un decesso avvenuto per asfissia, perché rimase incastrato con la testa nella spondina sinistra del letto. Sul banco degli imputati un’operatrice della struttura – la 25enne Vincenza Scognamiglio difesa dall’avvocato Giovanni Tarquini – che è accusata di omicidio colposo.

Un lungo processo ormai agli sgoccioli, prossimo a sentenza, e che ha visto nella scorsa udienza la discussione, terminata con la procura che ha chiesto una condanna a sei mesi di reclusione, mentre la difesa ha chiesto l’assoluzione per l’unica imputata del procedimento.

La procura la ritiene responsabile della tragedia perché aggiustò con del nastro adesivo quella spondina, rivelatasi difettosa. Tramite la responsabile della struttura ed alcune assistenti si è cercato di capire, in aula, se il difetto della spondina era stato scoperto e se era stato segnalato alla squadra di manutenzione. Del difetto ci si era accorti già nella mattinata, quando si era provveduto a cambiare le lenzuola. E la procedura in caso di qualsiasi tipo di guasto comporta che il fatto sia segnalato su di un apposito registro. «La segnalazione c’è – ha ribadito durante la discussione l’avvocato Tarquini – L’infermiera ha trovato le spondine rotte e le ha aggiustate con il nastro adesivo segnalando poi il guasto nell’apposito registro e anche verbalmente, come confermato dai testimoni. Il problema, semmai, è che la persona che doveva raccogliere quelle segnalazioni era assente quel giorno». La terribile morte dell’anziano aveva innescato accertamenti lungo tutta la filiera del comando della casa protetta. La tesi difensiva verte sul fatto che «l’operatrice socio-sanitaria ha fatto il possibile – ha detto Tarquini – E non è la responsabile del piano che decide lo spostamento di un ospite da un piano all’altro, come avvenuto in questo caso, ma casomai un medico che deve valutare con la direzione lo spostamento e la sistemazione. La Scognamiglio in questa storia è solo un capro espiatorio». (e.l.t.)

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