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Droga, la prefettura lo convoca quattro anni dopo

di Tiziano Soresina
Droga, la prefettura lo convoca quattro anni dopo

Un 50enne di Reggio Emilia ora ha cambiato vita e rifiuta la terapia, il suo legale fa ricorso e il giudice gli dà ragione: «Tempi inaccettabili»

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REGGIO EMILIA. Trovato dalla polizia con in tasca due dosi di cocaina per uso personale – poco più di un grammo di “polvere bianca” e con basso principio attivo – un impiegato reggiano si è ritrovato chiamato in prefettura quasi quattro anni e mezzo dopo.

Una situazione paradossale, perché al di là del tempo trascorso a dir poco inaccettabile, quest’uomo, ora 50enne, viene sanzionato – al termine del colloquio in prefettura – con l’obbligo di sottoporsi per quattro mesi ad un programma terapeutico di recupero dalle tossicodipendenze al Sert di Reggio, per poi valutare se può essere ancora idoneo a guidare. Ma da quel giorno di primavera in cui era stato fermato in motorino nel centro storico mentre rientrava a casa, l’impiegato – con lavoro regolare in una nota ditta di Reggio e la fedina penale immacolata – ha chiuso con le sniffate (come ha dimostrato l’esame delle urine) e questa decisione della prefettura lo mette subito in profondo imbarazzo pensando ai pregiudizi che potrebbero nascere (in famiglia, al lavoro) su questo suo sottoporsi al programma dedicato a chi vuole uscire dal tunnel della droga.

«Ma se qualcuno mi vede al Sert pensa che io sia un drogato, ma invece non è vero» è il pensiero che martella in testa il 50enne che però non si dà per vinto e si rivolge all’avvocato Ernesto D’Andrea. È l’inizio di una battaglia legale, finita ben presto davanti al giudice di pace Stefano Moretti, perché il difensore impugna il provvedimento prefettizio. Ovviamente tutto parte dal lasso di tempo in cui le due dosi furono sequestrate, all’impiegato venne contestato dalla polizia l’uso personale di cocaina per poi trasmettere il tutto alla prefettura per avviare il procedimento amministrativo. Una fase chiusasi velocemente, poi il silenzio per quattro anni e mezzo...

«La prefettura avrebbe dovuto convocare il mio assistito entro 45 giorni – rimarca l’avvocato D’Andrea – o eccezionalmente entro 90 giorni dall’intervento della polizia, al fine di assumere i provvedimenti di legge. Invece è stato convocato addirittura dopo 4 anni e 5 mesi. I giudici del Consiglio di Stato, con una sentenza recentissima, hanno stabilito che la fase istruttoria del procedimento sanzionatorio, che precede la notifica della sanzione al trasgressore, non può per scelte organizzative dell’autorità, dilatarsi oltre i limiti temporali ragionevoli e congrui allo scopo perseguito. Il principio espresso ha una sua logicità evidente: esso tende ad evitare che le posizioni di noi cittadini restino all’infinito in balìa della burocrazia».

Poi la considerazione del legale sulla persona: «Il mio assistito oggi vive un’esistenza normale, non assume più stupefacenti, per quale motivo dovrebbe seguire il programma terapeutico? Sarebbe come pretendere che una persona non ammalata si sottoponga ad una cura di antibiotici». Il giudice di pace accoglie l’impugnazione e annulla la terapia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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