Gazzetta di Reggio

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sentenza black monkey

’Ndrangheta, la guerra di Tizian è anche la nostra

di Evaristo Sparvieri
’Ndrangheta, la guerra di Tizian è anche la nostra

Dalle minacce di morte al processo, la vita sotto scorta del giornalista dell’Espresso

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REGGIO EMILIA. Va bene, lo ammetto. Quella mattina sono arrivato in ritardo. Un quarto d’ora circa, forse venti minuti. Pensavo che la conferenza stampa fosse in Procura a Bologna, invece era al comando della Guardia di Finanza, a San Lazzaro. Non sapevo quale fosse l’argomento. Dalla redazione mi avevano detto solo che era “roba grossa”: una maxi inchiesta su mafia e slot, quanto basta a stuzzicare quella sensazione di ingorda curiosità propria di chi vuol fare questo mestiere. O almeno ci prova.

È il 23 gennaio 2013. Giovanni Tizian è sotto scorta dal dicembre 2011. Quando la notizia è diventata pubblica io non ero in redazione, dove Giovanni si era presentato con due angeli custodi al seguito, come se niente fosse cambiato. In realtà era cambiato tutto. Per lui, per i suoi familiari, per chi gli sta accanto. E anche per noi, che ci siamo accorti di un pericolo a portata di mano.

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Ci siamo conosciuti alla Gazzetta di Modena, qualche anno prima: entrambi precari di belle speranze, con una differenza di fondo. Io provavo ad arrabattarmi tra mille argomenti. Lui segnava già il passo. E nelle sue inchieste martellava con costanza e coraggio i peggiori protagonisti del radicamento delle mafie al nord. Apriva gli occhi a tutti noi. E in ogni articolo svelava il volto oscuro di quella Emilia felix in cui i clan spadroneggiano sotto traccia, inquinando l’economia legale e mandando al macero un tessuto sociale che si credeva (o fingeva di credersi) immune dal contagio.

Immune non lo è mai stato. E gli articoli di Giovanni erano lì a documentarlo, sbattendolo in faccia anche ai più disillusi e passando in rassegna nomi, date, connivenze e attività illecite con una precisione non inferiore alla risonanza delle sue denunce. Troppo indigesto per i clan. Troppo indigesto per Nicola “Rocco” Femia, il boss delle slot che voleva vederlo morto, complottando insieme al suo faccendiere Guido Torello di “sparargli in bocca”.

Nella sala stampa della Finanza, una quindicina di persone, tra giornalisti e fotografi. Arrivo affannato, di corsa, a conferenza stampa già iniziata, cercando nello zaino un taccuino e una penna. Maledico tra me e me qualunque cosa pur di prendere un appunto. Neanche il tempo di capire dove mi trovo, si avvicina il collega di Repubblica: «Guarda che abbiamo sentito l'intercettazione in cui dicevano di voler fare fuori il tuo amico, Giovanni Tizian».

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Cerco di realizzare. Ma è sufficiente un secondo per capire. Giovanni non sapeva il motivo per cui era finito sotto protezione, privato di fette della sua libertà solo per il coraggio delle sue parole. L’allora procuratore di Bologna, Roberto Alfonso, aveva sempre parlato di minacce gravi. Le indagini erano in corso, non si poteva dire nulla di più. Mentre la conferenza stampa prosegue, la mia testa è già altrove. Devo telefonare a Giovanni, devo telefonare a Gualmo, Giovanni Gualmini, in quel tempo caposervizio per la cronaca, oggi caporedattore a Modena. Devo avvisarli subito.

Era stato Gualmo a rivelare per primo in una toccante intervista la nuova vita di Tizian, presentando qualche giorno dopo con l’allora direttore, Antonio Ramenghi, la prima uscita pubblica di Giovanni sotto scorta: la Feltrinelli di Modena gremita fino all’inverosimile di solidarietà per la presentazione di Gotica, il primo libro di Tizian. Non un libro qualunque. Un manuale per chiunque voglia capire fino a che punto le mafie hanno contaminato questa terra che si credeva forte. E invece è vulnerabilissima.

Dietro le quinte della presentazione, i riflettori delle TV si accendono sul “caso” Tizian. Lo vedo mentre risponde alle domande, avvertendo in lui una specie di sensazione fra imbarazzo e timidezza. Abituato a farle, le domande, forse prima di allora non si era mai accorto in maniera così evidente che aveva già fornito con le sue inchieste risposte cruciali e chiavi di lettura fondamentali per tutti noi, indicando il sentiero per uscire da quel torpore che ha consentito al malaffare di attecchire e ramificarsi. Un sentiero anche per i colleghi, ai quali Giovanni non risparmia mai iniezioni di fiducia e di coraggio. Ha ragione, Giovanni: “La nostra guerra non è mai finita”. Perché le sue battaglie sono anche le nostre. E dovrebbero essere le battaglie di tutti coloro che hanno a cuore la verità e la legalità.

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Il boss Nicola “Rocco” Femia, intanto, finito in manette quel 23 gennaio, sta per essere tradotto in carcere. Mi fiondo fuori dalla conferenza stampa con la mia telecamerina. È lì che - in mezzo a quattro, cinque fotografi - vedo per la prima e unica volta il boss in faccia, distante appena un paio di metri da me: un uomo che per il suo impero costruito sul malaffare complottava di uccidere un altro uomo. Le logiche disumane della criminalità organizzata.

Il boss guarda dritto davanti a sé senza vedere nessuno, circondato da un paio di finanzieri. Lo sguardo sembra segnato solo da riflessi di rabbia, supponenza e impunità: arroganze che cresceranno giorno dopo giorno, udienza dopo udienza, dove continuerà a dire di tutto pur di screditare il lavoro di Giovanni. Ci aveva provato senza successo anche prima del processo, come raccontano le carte di Black Monkey. Presente a quasi tutte le udienze, il boss manca nel giorno della lettura della sentenza. Un’assenza che è una vittoria nella vittoria.

Per Femia, i giudici di primo grado hanno stabilito una condanna a 26 anni (il pm della Dda, Francesco Caleca, ne aveva chiesti 24 e mezzo). Nove anni invece a Guido Torello. Erano loro due che, conversando al telefono, complottavano di “sparare in bocca” a Giovanni, nell'intercettazione emersa quel 23 gennaio di quattro anni fa, quando tutto è cambiato.Sommando le pene comminate ai 23 imputati di Black Monkey, si arriva a circa 170 anni di condanna.

«È una sentenza storica – il commento a caldo di Giovanni – sia per il riconoscimento di associazione mafiosa in Emilia Romagna e in particolare, al Tribunale di Bologna che non aveva mai condannato al 416bis, sia per il risarcimento all’Ordine dei giornalisti che si è visto tutelare un suo iscritto. Questo spero valga in futuro anche per tanti altri colleghi».

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Conviene ripeterlo ancora: “La nostra guerra non è mai finita”. Il giorno della sentenza, a differenza del boss, Giovanni in aula c’era. E il suo sguardo, sempre a testa alta, continua a guardare lontano. Ai rapporti tra gli imputati di Black Monkey e il clan dei Grande Aracri. Oppure al ruolo dei Papaniciari, un altro clan della galassia criminale che – come documentato dalle carte dell'inchiesta Aemilia – affonda le mani in questa terra ancora troppo inconsapevole.

Già, il maxi processo Aemilia, dove gli imputati hanno già provato a mettere il silenziatore alla stampa, cercando di tenerla fuori dall’aula speciale allestita nel palazzo di giustizia. E allora bisogna davvero dirlo ogni giorno: #iomichiamogiovannitizian. Per le sue inchieste, per il suo impegno, per la coscienza civile che con determinazione sta contribuendo a ricostruire in questa Emilia, terra di mafie.

«Io mi chiamo Giovanni Tizian – ha scritto una volta – perché non sono né un eroe e né un simbolo. Faccio la mia parte, mentre altri vi hanno rinunciato da tempo. Sono e siamo la società civile: se non lo facciamo noi, chi deve farlo?». Una domanda alla quale tutti siamo chiamati a rispondere con la nostra presenza.

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