Raccontare... E' giusto accussì
La domenica: mafia e informazione, l'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio
Come far tacere i giornalisti? La maniera è semplice, raffinata e aggiornata: li quereli insieme al loro direttore e al loro giornale. Anche su cronache piccole, virgole, sintesi, marginalità. Ma in modo martellante. E chiedi loro un risarcimento milionario. Questo è il format della minaccia mafiosa contemporanea: una denuncia dietro l’altra, così intimidisci chi scrive e freghi chi legge.
Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (il nostro sindacato) ha condensato la prassi come se si trattasse di un titolo, perché questo è il nostro mestiere. Eccolo qua: le querele temerarie sono la nuova lupara; accecano noi affinché i cittadini non sappiano.
Nella nostra redazione Giuseppe Giulietti è venuto venerdì per capire in diretta, incontrare dal vivo, individuare una linea di risposta alle intimidazioni sempre più in codice, sempre più subliminali.
La novità è appunto rappresentata - a Reggio come nel resto d’Italia e non soltanto - appunto dalla querela temeraria. Secondo il lessico giuridico si tratta di un’azione legale avviata con malafede e colpa grave, cioè con consapevolezza “del proprio torto o con intenti dilatori o defatigatori”.
Cioè, a colpi di carta bollata e per vie legali, un indagato o un imputato prova a snervare e mettere in ansia i cronisti e i giornali.
Nel favolismo e nel vecchio realismo mafioso una volta si potevano captare questi inviti inequivocabili: lascia stare, hai solo da perderci, molla, fatti gli affari tuoi, potresti smenarci... Oppure negli arcaici sistemi d’avvertimento si poteva e si può passare dalle parole alle intenzioni telefoniche (intercettate).
Come quella di sparare in bocca al collega Giovanni Tizian, reo d’aver messo naso, occhi e penna nel malaffare delle slot machine in Emilia. Era il 2011, redazione della consorella Gazzetta di Modena. Qualche giorno fa in primo grado il re delle macchinette mangiasoldi Nicola Femia e il suo faccendiere Guido Torello hanno beccato rispettivamente 26 e 9 anni.
La seconda metafora proposta da Giulietti a Reggio Emilia, è stata quella appunto del tentativo sofisticato-legale di accecare i giornalisti affinché i cittadini non sappiano. È come se i cronisti intimoriti o messi in ansia da una qualsiasi causa risarcitoria non partecipassero più alle udienze del processo Aemilia.
I reggiani che cosa saprebbero? Chi li informerebbe della dimensione e dell’evoluzione del dibattimento sull’intrusione e l’infiltrazione mafiosa in questo territorio?
È certo che il dibattimento uscirebbe dal radar della comunità, dall’attenzione. Dibattimento per il quale proprio il 17 gennaio scorso gli imputati hanno chiesto la celebrazione a porte chiuse, via le scolaresche, e giornalisti alla larga perché accusati di svolgere cronache colpevoliste e 'ndranghetiste.
Il presidente Francesco Maria Caruso ha rigettato l’istanza degli imputati con una risposta puntualmente documentata.
In ogni caso, fuori dall’aula, i giornalisti sono avvertiti dal proclama, e preavvertiti che “ci sono pendenti presso la Procura anche denunce nei confronti della Gazzetta di Reggio con richieste di risarcimenti e di smentite, per aver pubblicato notizie distorte rispetto a quelle emerse nel dibattimento”.
Circa le querele temerarie nella sua riforma il ministro Orlando introduce la responsabilità in solido dell’avvocato col proprio cliente nel risarcimento del danno, “sempre nel caso in cui la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave”.
Stacco la spina dalla giurisprudenza. Per legare il filo alle parole di Giovanni Tizian, giornalista sotto scorta, per i giornalisti: “Sono e siamo la società civile. Se non lo facciamo noi chi deve farlo?”.
Parole tanto simili a quelle finali del pescatore Saro Ferro interpretato da Beppe Fiorello nel recentissimo film per la tv “I fantasmi di Portopalo”, quando raccontando la verità spacca l’omertà o la connivenza del sistema intorno: “Sono cambiate molte cose. Qualche amico c’ha ripensato, qualcun altro m’ha dato ragione, ma la lista di quelli che ancora ce l’hanno con me s’è allungata... Io l’ho fatto perché andava fatto. Perché era giusto accussì”.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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