Al Ponte dei corvi l’inferno delle donne
A Ravensbrück, nel campo di concentramento dove la follia nazista non risparmiava il genere femminile: 30mila le vittime
BERLINO. Il ponte dei corvi affacciato sul lago. Ha un nome suggestivo Ravensbrück (tradotto, appunto, il Ponte dei corvi), il principale campo di concentramento femminile mai costruito dai nazisti hitleriani, e una posizione splendida, su un bel lago nel cuore del Brandeburgo, a nord di Berlino.
Fra boschetti e villette, si trovano i resti di un luogo forse non conosciutissimo ma estremamente significativo, che racconta l’approccio “totale” del nazismo: la loro non era più la guerra degli uomini, era guerra assoluta, anche le donne andavano annientate, imprigionate. E nel Reich, era Ravensbrück il luogo dove questo avveniva.
Nei giorni scorsi i ragazzi del Viaggio della Memoria Istoreco hanno visitato questo complesso, per decenni utilizzato come base militare dall’Armata Rossa, e hanno conosciuto dal vivo le stanze e i sentieri di cui avevano sentito parlare a gennaio.
Il principale momento preparatorio al Viaggio è stato infatti un incontro fra tutti i mille studenti viaggiatori e Mirella Stanzione, spezzina figlia di partigiani sopravvissuta al campo assieme alla madre, oggi ultima testimone nel nostro Paese di quell’esperienza che coinvolse oltre 130mila donne. E che portò alla morte di circa 30mila di loro, e dei loro figli. Dopo aver sentito le parole della Stanzione, le varie classi sono entrate a Ravensbrück nel gelo dell’inverno berlinese, fra i resti dei luoghi di prigionia e le residenze naziste: il sito era infatti utilizzato anche come luogo di addestramento per le carceriere donne, e aveva portato alla nascita di una piccola comunità.
All’apparenza tranquilla, serena, in un luogo bucolico, in realtà a pochi metri a un centro di sfruttamento, di schiavitù e di dolore. Attivo dall’avvio del conflitto, ha “ospitato” prigioniere politiche e dissidenti di mezza Europa. E, nell’ultimo periodo, anche dall’Italia, prima alleata nazista e poi grande traditrice: una situazione tremenda per le prigioniere italiane, odiate dai nazisti come dalle altre nazioni presenti nel campo. Senza contare che la base di partenza era già oltre l’immaginabile. «Le guide ci hanno letto tante testimonianze. Il momento peggiore era l’appello, ogni mattina le donne dovevano uscire e rimanere ferme, con pochissimi abiti addosso, con ogni clima, finché non tornavano i conti delle guardie. E c’erano sempre cambiamenti, fra morti, malesseri, trasferimenti. Era una tremenda tortura, ore e ore sotto la pioggia e il vento, prima poi di finire a lavorare come schiave», spiega Roberta del Corso di Correggio.
«E nel campo c’erano anche veri luoghi di tortura. A Ravensbruck dei famosi chirurghi tedeschi hanno fatto degli esperimenti terribili sulle ferite delle prigioniere, trapianti di infezioni seguiti da tentativi di cura che hanno portato alla morte e alla mutilazione di tantissime donne – continua – E non è tutto, negli ultimi mesi hanno anche costruito una camera a gas per velocizzare le esecuzioni. Forse sarà per via dell'immaginario, ma vedere la camera è stato devastante. La cosa peggiore assieme al freddo: non so come potessero fare con un semplice panno».
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