«I volti strappati alla vita nel silenzio dell’umanità»
BERLINO. «Immagini di giovani donne, guardie del campo di concentramento femminile di Ravensbrück che, con cani al guinzaglio, controllano minacciosamente coetanee con l’unica colpa di appartenere a...
BERLINO. «Immagini di giovani donne, guardie del campo di concentramento femminile di Ravensbrück che, con cani al guinzaglio, controllano minacciosamente coetanee con l’unica colpa di appartenere a Paesi “traditori” o praticare una religione poco gradita o ancora essere parenti di dissidenti». È un panorama davvero raggelante quello disegnato da Michela Mulas della quarta R dello Zanelli. Soprattutto perché parlare di un campo del genere ti pone di fronte alle vittime, ma anche a chi, volontariamente, è diventato aguzzino: «Per le guardie del campo era la normalità, loro chiamavano lavoro quel che oggi definiamo crimine. Spedivano cartoline scritte a mano con messaggi di affetto alle famiglie; cariche di umanità, sembrano quasi svestirsi degli abiti di soldato e avvicinarsi come non mai ai deportati», riflette.
L’umanità «forse non è mai morta del tutto in questi luoghi; la paura, a volte, ha colpito anche loro e mentre gli ordini piovono dall’alto forse le vittime della guerra sono molte più di quelle contate dagli archivi». E oggi, mentre «si parla di portare avanti la memoria per non ripetere gli stessi errori, altri muri lentamente si ergono e nuove persone si sentono sempre più emarginate».
Il viaggio continua, e non aiuta a rimanere sereni: «Poco lontano un’altra baracca espone i volti delle deportate prima dell’internamento. Ognuna ha un’espressione diversa. Hanno nome e cognome, luogo e data di nascita e addosso portano la loro storia. Basterà poco e le loro espressioni scivoleranno lentamente, come i vestiti sui corpi magri». Col tempo, «le lettere diventeranno numeri, cifre sempre più alte e l’unica cosa che interessa i soldati è il viaggio e i lager che il deportato ha già percorso». E così, conclude rassegnata la Mulas, «le individualità si perdono oltre le rive che incorniciano quel silenzioso paesaggio e l’unico colore a spiccare tra le ossa e l’inverno è quello dei triangoli appuntati al petto di milioni di corpi divorati da una feroce guerra». (adr.ar.)
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