Vasco Errani, l’addio commosso dal Pd: «Sì alla nuova avventura»
L’ex governatore nella sua Ravenna spiega la scelta di uscire dal partito «Detesto la deriva che abbiamo toccato, serve un nuovo centrosinistra»
REGGIO EMILIA. «Volevo che il Pd riprendesse una nuova corsa. Ora vado dentro una nuova avventura, un progetto diverso dal Pd ma con quella impronta. Non un addio. Dagli occhi lo capisco. Faremo un altro bel pezzo di strada assieme. Non è stata una scelta facile, ma serve un nuovo campo del centrosinistra». Arriva e va via a piedi, tra abbracci e occhi lucidi. Anche i suoi. È il giorno dell’addio dal Pd per l’ex governatore Vasco Errani. La sala Strocchi a Ravenna, nella sezione del Pci inaugurata da Palmiro Togliatti dopo la Seconda Guerra Mondiale, è strapiena. E qualcuno prova a fargli cambiare idea. Errani prende la parola dopo una decina di interventi di iscritti, preoccupati e smarriti. Parla meno di un’ora e subito chiarisce che «il terremoto e i terremotati non c’entrano niente». È in discussione «il progetto su cui si è lavorato con passione e convinzione». Per cui «non me la sono sentita di stare nascosto». Non si tratta del congresso, spiega, nè del riconoscimento della leadership di Renzi. Ma di «autoreferenzialità. Parliamo di noi, tra noi e spesso non ci ascoltiamo». Per questo «voglio capire dove si va, non dare deleghe in bianco». «Detesto la deriva in cui questo partito è entrato, in relazione al posizionamento e ai posti. Il Pd è nato nel 2007. Il problema era quello di costruire una nuova cultura politica, la capacità di vedere un Paese e un mondo che cambiavano radicalmente». Errani fissa tre ragioni per la sua scelta: «la perdita del punto cardine del progetto: la comunità. Cosa siamo diventati, quanto poco ci ascoltiamo e quanto siamo tifosi». In secondo luogo, il Paese ha dato alle scelte del Pd «risposte pesantemente negative» tra amministrative e referendum. E «capire perché, è vitale». Infine «il Pd è percepito dentro nella contraddizione tra inclusi ed esclusi. Nell’estabilishment».
C’è, si scalda l’ex governatore, «un vuoto di pensiero in cui si muove il mondo progressista». Ma «se aumenta la produttività, la vogliamo distribuire riducendo il lavoro? Non è vecchia sinistra». Per questo Errani non è disponibile a «rischiare di andare in un posto» dove non vuole andare. «Il giorno per giorno non mi convince, sono per costruire un progetto, per fare sintesi nuove». Al centro devono tornare «solidarietà, giustizia e libertà». E serve «un’idea più plurale del potere». Che non significa «parola alle primarie. Questa idea di democrazia è troppo semplificata. Promuove una delega troppo ampia ed esclude».
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