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«Troppe ditte chiuse, operai senza tutele»

«Troppe ditte chiuse, operai senza tutele»

Reggio Emilia, i dati diffusi dalla Cgil descrivono una situazione drammatica

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REGGIO EMILIA. Moltissime aziende, dopo anni di crisi, hanno chiuso i battenti impoverendo così in maniera significativa il tessuto economico reggiano, così come «una parte significativa della nostra struttura ha subito processi di accorpamento con chiusura di stabilimenti considerati obsoleti e conseguente delocalizzazione in altre provincie». È un quadro impietoso quello dipinto dalla Cgil di Reggio Emilia, che ha diffuso i dati sulla crisi relativi a dicembre 2016 comparandoli con la situazione degli anni passati.

Una crisi che non accenna a mollare la presa e che, anzi, ha costretto molti piccoli e medi imprenditori ad abbassare definitivamente le saracinesche. Una tendenza che, in linea generale, è evidenziata dalla diminuzione dell’uso della cassa integrazione in tutte le sue forme. Per il sindacato segnale che molte ditte, dall’inizio della repressione economica, hanno dovuto chiudere. «A dicembre 2016 – spiega la Cgil – erano in cassa integrazione straordinaria in deroga 51 aziende con 269 lavoratori interessati rispetto alle 146 e ai 764 lavoratori registrati a dicembre 2015. Le riflessioni conseguenti a questa fotografia indicano come molte imprese, ancora in sofferenza produttiva, attivano i contratti di solidarietà con un incremento delle ore pari al 71,8%. Basti pensare che le ore di cassa utilizzate negli otto anni della crisi corrispondono al lavoro a tempo pieno di 4.746 lavoratori».

Ma i dati snocciolati dal sindacato non si fermano qui. A dicembre il numero complessivo dei lavoratori interessati dagli ammortizzatori sociali è di 8.183 persone, una cifra diminuita di 1.550 unità rispetto al mese di giugno, mentre sono 746 i lavoratori che non hanno potuto utilizzare la cassa integrazione ordinaria. Quasi mille invece, (997), quelli che non hanno usufruito di quella straordinaria mentre sono aumentati di poco i dipendenti in contratto di solidarietà: più 193. In contrapposizione alla diminuzione del numero di lavoratori interessati, sono aumentate del 71,8% le ore di cassa straordinaria e soprattutto per i contratti di solidarietà, ammortizzatore al quale hanno fatto ricorso le aziende ancora in difficoltà produttiva anche per i problemi riscontrati ad avere celeri risposte nell’utilizzo della cassa ordinaria. Una situazione drammatica, come spiega il sindacato: «A dicembre 2016 sono rimaste 13 le imprese con ricorso alla cassa integrazione straordinaria che interessano 996 dipendenti: quasi tutte le aziende sono in procedura concorsuale o hanno cessato l’attività. Se non interverranno nel frattempo soluzioni alternative alla chiusura (come ad esempio l’acquisizione da parte di terzi), i relativi lavoratori rischiano la collocazione in mobilità al termine dell’utilizzo dell’ammortizzatore».

Per quanto riguarda invece le ore autorizzate, rispetto al periodo a dicembre del 2015 sono diminuite del 2,7% quelle di cassa ordinaria anche se questo calo, secondo la Cgil, è principalmente «da attribuirsi ai ritardi dell’Inps nell’autorizzazione delle ore stesse di sospensione dal lavoro».

Sul totale complessivo delle ore autorizzate poi, il 77,6% è rappresentato dalle ore destinate alla Cigs e ai Cds, il 11,3% è destinato alla Cigo e il 11,1% alla Cig in deroga, per un totale complessivo di 8.025.297 ore autorizzate. Di queste il 68,9% è stato utilizzato nell’industria, il 19,2% nel settore dell’edilizia e il 5,0% nel settore del commercio.

I contratti di solidarietà attivati sono 49 per un totale di 4.065 lavoratori coinvolti mentre sono già giunti al limite concedibile i ricorsi a Cigs e Cdsin 511 imprese nel periodo dal 2009 a Dicembre 2016. Il 28,0% delle aziende invece è ricorso a un secondo o un terzo ammortizzatore sociale, dalla cassa straordinaria al contratto di solidarietà o viceversa e dalla cassa straordinaria a quella ordinaria o in deroga. Il 19,2% delle aziende ha invece cessato l’attività produttiva collocando i lavoratori in mobilità mentre il 52,8% delle imprese (con 16.545 lavoratori coinvolti) hanno ripreso la normale attività lavorativa anche se, in diversi casi, il personale è stato ridimensionato anche per il semplice blocco del tourn-over.

E il responsabile di questa situazione ha, per la Cgil, un nome e un cognome: «Il Flop (Jobs) Act non ha finito di provocare disastri considerevoli. Oltre la scomparsa dell’utilizzo della cassa straordinaria in caso di cessazione dell’attività dell’azienda, dal gennaio 2017 è abrogata la mobilità, continuando quindi a scaricare sui soggetti più deboli gli effetti della recessione economica. Il Flop Act ha consentito di realizzare la consistente sostituzione dei rapporti a tempo indeterminato con prestazioni di lavoro che di tutele non ne hanno nemmeno una: dai contratti al lavoro occasionale, i cosiddetti voucher. Il dato riferito alla nostra provincia registra un incremento dei voucher venduti del 52,6% nel 2015 sul 2014 e del 39,7% nel 2016 rispetto al 2015, raggiungendo 1.813.287 di voucher venduti nell'ultimo anno». Con il risultato che oggi i “veri” lavori di natura occasionale rappresentano il 12,6% sul totale dei voucher venduti, mentre il 36,8% viene assorbito da commercio, servizi e turismo e il 43,7% da attività non classificate: ovvero dall’industria e dall’edilizia.

È quindi sempre più urgente, concludono dal sindacato, «ripensare alle politiche del lavoro sia in termini occupazionali che di diritti. La Cgil ha molte idee a tal proposito, dalla Carta dei diritti dei lavoratori ai due referendum: uno per l’abrogazione dei voucher e l'altro per il ripristino della responsabilità solidale negli appalti».

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