Gazzetta di Reggio

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La corsa del rivale di Renzi parte dalla terra di Delrio

di Enrico Lorenzo Tidona
La corsa del rivale di Renzi parte dalla terra di Delrio

Orlando lancia la sua campagna al Congresso davanti ai renziani reggiani Al suo fianco gli ex Ds Marchi e Mori, che si accasano con il guardasigilli

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REGGIO EMILIA. Domenica sera Andrea Orlando ha annunciato ufficialmente ai suoi sostenitori a La Spezia la discesa in campo per conquistare la segreteria nazionale del Pd. Ieri, a poche ore dall’annuncio, ha dato il via alla campagna contro il rivale Matteo Renzi partendo da Reggio Emilia, la provincia del ministro Graziano Delrio, renziano e vero centro di gravità politica in Regione, dove la ferita più dolorosa è stata l’uscita dal partito dell’ex governatore Vasco Errani.

Per salutare il ministro e fare gli onori di casa, i politici reggiani si sono presentati in gran numero ieri a Fabbrico. Basta guardare le foto e le interviste, con i volti del Pd locale che fanno capolino in tivù attorno al ministro. Ma non parliamo più di un corpo unico: la scissione sta portando a una resa dei conti che, con l’andare dei tempi, avrà effetti tangibili e immancabili riposizionamenti. Ieri, ad esempio, c’era il sindaco di Reggio Luca Vecchi (renziano) accanto all’onorevole Maino Marchi e Roberta Mori, ex Ds e primi sostenitori di Orlando. Una trasversalità collaudata a Reggio, che ha fatto da corollario alla campagna del ministro Orlando, ex Pci poi Ds, membro dialogante nel Pd dei veleni, che nel suo lembo sinistro ha scelto la scissione, mentre in quello centrista vede imperare i renziani cresciuti nella Margherita.

Orlando punta ad essere il centro stabile di questo Pd post rottamatori: «Il dialogo tra sordi genera dei compartimenti stagni e dentro il Pd ce ne sono troppi, al di là della scissione, e questo credo che sia il problema» ha detto ieri il guardasigilli, assurto a uomo forte del partito. La sua candidatura è la terra di mezzo tanto agognata dai moderati presenti nei Ds. L’uomo di Orlando in terra reggiana è quindi Maino Marchi, figura granitica dell’apparato sia locale che romano, passato dal volantinaggio pro-referendum a denti stretti l’anno scorso in piazza Del Monte insieme ai giovani renziani, all’appoggio odierno a Orlando. Accanto a Orlando i sindaci reggiani della Bassa e con loro Andrea Costa, primo cittadino di Luzzara ma soprattutto segretario provinciale del Pd, diventato un abile equilibrista a Reggio, in grado di placare le spinte dei renziani e attutire le polemiche dei bersaniani, rimasto in sella ma alla ricerca di geometrie più stabili ancorché indefinite. Per ora vige una tregua armata, soprattutto dopo la scissione del partito, che vede come capo popolo l’assessore reggiano Mirko Tutino (non presente ieri a Fabbrico), in quota al governatore toscano Enrico Rossi, che ha saltato la fila reggiana per un posto a Roma, balzando alla destra del capo della “rivoluzione” della sinistra in chiave anti-renziana.

Ieri, a Fabbrico, Orlando ha usato parole misurate ma precise. Ha tirato in ballo il congresso del Pd, puntando sulla riflessione necessaria dopo la sconfitta al referendum: «Nel Paese ci sono profonde disuguaglianze, che la trasformazione del tessuto economico produce grandissima sofferenza e che c'è bisogno di prendersi cura e guidare questi processi». Accanto i renziani Ottavia Soncini e Giammaria Manghi, che possono essere d’accordo ma non applaudire a scena aperta. Non più, seppur siano politici della terra della mediazione. Perché, vsito il clima, la corsa per la segreteria nazionale non si vince con le carezze.

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