Reggio Emilia, il sindaco Vecchi? Più trapezista che renzista
L'editoriale del direttore, Stefano Scansani, sulla scissione del Pd e sui nuovi equilibri nella giunta comunale
REGGIO EMILIA. Se ne vanno, ma restano. Il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi si spolmona nel dire e ripetere che lui non caccerà gli scissionisti dalla sua giunta. Perché la nostra città è un laboratorio, e il patrimonio del centrosinistra va custodito e continuato...
E via con gli inni encomiastici e altri volémose bene. Ma né lui né nessun altro confessa che gli scissionisti sono dei pezzi da novanta e che se davvero dovessero lasciare i posti che occupano capiterebbero due cose: non ci sarebbero i sostituti (di quale parte, Pd o Dp?) e l’intera giunta andrebbe a casa. Tragedia.
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Capisco la buona volontà del sindaco, anche i suoi timori. Ma è bene leggere la scissione anche dalla parte delle radici, cioè da quella degli scissionisti. Perché – seppur dolorosamente – non staccano totalmente la spina dai compagni e amici di elezione così renziani? Perché prima o poi sarà tempo di elezioni.
Ne consegue che i travagli di parto, i ricollocamenti e le metamorfosi in corso sono tutti funzionali a tattiche e strategie di parte, di corrente, di sigle e di single. Perché il Pd e il Dp sono conglomerati di single con un sesto e un settimo senso: la matematica generale e il futuro di ciascuno.
Sempre il primo cittadino di Reggio in queste giornate ha dichiarato che non accetterà diktat dall’alto per cacciare chi è andato via dal partito. Tradotto: nessun renziano gli darà ordini per una purga.
Vecchi ha detto che sta con Renzi e ha spostato i paletti del perimetro della sua giunta perché essa continui a contenere i fuggitivi.
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Ultima esternazione del sindaco: “Sto con Renzi e guardo il modello Storchi-Landini”. Cioè con la formula della Pacem in Terris (reggiana) così ben incarnata dal capo di Federmeccanica e dal capo della Fiom che insieme hanno firmato amorevolmente lo storico nuovo contratto. Il Vecchi-pensiero si raddensa nello slogan “Scissione e congresso fuori dalle istituzioni”.
Perché? Semplice: il vicesindaco Matteo Sassi e l’assessore Mirko Tutino sono insostituibili anche se passati a Dp, quanto l’ex segretario cittadino Mauro Vicini o il consigliere comunale Lanfranco De Franco.
Sembrano tutti d’accordo. La giunta non può fracassarsi per una implosione di partito. E contemporaneamente il sindaco può dire di coltivare/rappresentare tutto il centrosinistra per il bene della città, e viceversa. Anche questo è potere.
Ma fino a che punto potrà tenere botta l’agglomerato di Vecchi, come progetto personale e cittadino di sopravvivenza? Già avanza il problema delle feste politiche. Per quella di Villalunga, ad esempio, il suo patron renzista Andrea Rossi ha già fatto sapere che i Dp devono stare alla larga. E i Dp già accarezzano l’idea di una loro festa nel chiostro della Ghiara. Già immagino Vecchi trapezista far visite di cortesia di qua e di là per una faticosa tenuta.
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Ora immagino la contestazione degli scissionisti, bersaniani o dalemiani che siano. Contestazione sul nome: la loro area non si chiama Dp, ma Mdp, cioè Movimento dei democratici e progressisti. Parole giustapposte, come fu l’Udc per la Dc (quella u iniziale pareva un articolo determinativo meridionale “la” Dc). Lettere accostate che potrebbero far equivocare il popolo - così amato dal centrosinistra - creare dubbi, errori di sbaglio, confusioni.
Perché Pd e Dp sono l’esito del giochino elementare degli specchi capovolgenti. Ieri nel corso della corroborante trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio” i conduttori Antonello Dose e Marco Presta hanno argutamente segnalato che gli unici ad avere davvero rispettato l’obiettivo del Pd sono gli scissionisti del Dp: Cambia verso. Oplà.
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