Gazzetta di Reggio

Reggio

Alla scoperta della Resistenza tedesca 

di Adriano Arati
Alla scoperta della Resistenza tedesca 

Gli studenti nei luoghi della Germania antinazista, di fronte alle storie di chi rischiò la vita per porre fine all’orrore di Hitler

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REGGIO EMILIA . Una Germania diversa, una Germania che con poche risorse e tanti sacrifici ha cercato di opporsi al nazismo. La stanno conoscendo, cancellando diversi luoghi comuni, gli studenti del Viaggio della Memoria 2017 Istoreco, impegnati in questi giorni in visite e testimonianze a Berlino. Un percorso come sempre raccontato dalla Gazzetta di Reggio, sul giornale e sul sito, che ha di recente fatto tappa al Museo della Resistenza in Von Stauffenberg Straße, dal nome dell’ideatore del celebre attentato a Hitler del luglio 1944. Il museo, con il suo lungo cammino fra le opposizioni a Hitler nel corso dei decenni, presenta una prospettiva lontana da quella italiana, dove la Resistenza è vista prima di tutto come una vicenda militare, di guerriglia sui monti e nelle città, spesso legata alla politica anti-fascista.
Ben diversa la questione tedesca dove, racconta Matthias Durchfeld di Istoreco, «sono alcuni anni che il concetto di Resistenza è stato smilitarizzato e allargato. All’inizio non era così. Nel dopoguerra, servivano alla politica esempi di Resistenza per discolpare due realtà all’epoca di massa: l’esercito e la chiesa. In più, a causa della Guerra Fredda, in Germania ovest non si voleva commemorare la Resistenza tedesca comunista. Per questo motivi, nel periodo 1950-1980 si è sviluppato una storiografia incentrata su Stauffenberg, la Rosa Bianca e poco altro».
Non servivano tanti esempi di Resistenza, anzi, «per discolpare la popolazione in quanto tale bisognava far credere che Resistenza non c’era stata. E non c’era stata Resistenza perché non era possibile resistere. Grazie a questa interpretazione postbellica tutti “il popolo” risultava senza responsabilità per i crimini commessi, tutti innocenti. L’importante era concentrarsi sul boom economico, non sul passato recente». L’eterna condanna della Guerra Fredda, dunque, che cambiava completamente ogni prospettiva. Negli ultimi vent’anni, invece, l’approccio è cambiato radicalmente. Due esempi importanti? Il primo si chiama «Georg Elser, attentatore solitario del novembre 1939, operaio comunista che non ha mai fatto parte di alcuna organizzazione militare, dopo tanti anni riconosciuto come resistente e nel nuovo allestimento del Memorial della Resistenza Tedesca è messo sulla stessa linea di Von Stauffenberg, l’ufficiale attentatore del 20 luglio 1944».
Pari dignità ha poi ottenuto il “Rettungswiderstand”, «considerare il salvataggio di vite come atto di Resistenza. La Resistenza non è solo militare e maschile, esistono tante forme civili di Resistenza attiva come il sabotaggio, la produzione di documenti falsi o nascondere e salvare i perseguitati». A Berlino esistono due piccoli musei particolari dedicati a questo tipo di resistenti. Il primo, “Eroi silenziosi” racconta le storie di tanti tedeschi salvatori: solo a Berlino grazie al loro aiuto ben 1.700 ebrei riuscirono a nascondersi fino alla fine della guerra. Ciò significa migliaia di persone attive nel procurare nascondiglio, cibo, protezione. Il “Museum Otto Weidt” si trova invece negli spazi della piccola azienda di spazzole e scope in Rosenthaler Straße 39, dove per anni il signor Weidt assunse e nascose ebrei non vedenti per sottrarli alla deportazione. Alcuni classi del Viaggio della Memoria hanno potuto visitare questi luoghi meno conosciuti dal turismo standard. Il cerchio si chiude, ricorda Durchfeld: «La Resistenza è un processo, tocca a noi portarlo avanti», hanno scritto alcuni studenti reggiani sul libro delle presenze all'uscita dal Memorial. A

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