Artoni-Fercam, cessione ma con solo 150 dipendenti
di Enrico Lorenzo Tidona
Spiraglio ieri a Roma: il ministero propone un compromesso alla ditta di Reggio con affitto del ramo a Bolzano, cassa integrazione e pagamento degli arretrati
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REGGIO EMILIA. Pagamento degli arretrati e cessione del ramo di azienda del gruppo Artoni a Fercam ma con appena un quarto dei 580 dipendenti: per gli altri la cassa integrazione. È questo lo schema proposto ieri dai tecnici del ministero dello Sviluppo Economico all’azienda reggiana dei trasporti Gruppo Artoni e il gruppo concorrente Fercam di Bolzano. Da una parte Anna Maria Artoni, dall’altra Thomas Baumgartner per Fercam mentre nel mezzo della vertenza c’erano i sindacati nazionali dei trasporti Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti.
Due settimane fa tra le due aziende si era rotta la trattativa facendo esplodere una crisi su scala nazionale. Artoni, infatti, è una galassia che conta 580 dipendenti diretti, altri 2.500 indiretti, e una trentina di centri logistici in Italia. Un patrimonio industriale che doveva passare in buona parte nelle mani di Fercam. La rottura della trattativa ha innescato un effetto domino, portando così all'incontro a Roma, dove il ministero ha chiesto di riaprire il confronto ma su basi diverse e con definizione «entro e non oltre il 10 marzo», come scritto nel verbale dell’incontro firmato anche da Anna Maria Artoni a fine seduta. Un piccolo spiraglio che non lascia certo spazio all’entusiasmo, salvo prevedere l’accesso alla cassa integrazione per i dipendenti che ne hanno diritto in attesa di una soluzione, processo nel quale dovrà entrare anche la Regione Emilia-Romagna. L’invito del ministero «a prendere in considerazione una nuova soluzione negoziale» che preveda prima l’affitto del ramo e poi la cessione, in forma però ridotta «rispetto alla precedente proposta da parte di Fercam spa» e che «coinvolga circa 150 dipendenti del Gruppo Artoni».
«Il ministero ha incontrato separatamente i due imprenditori e dopo ha informato le organizzazioni sindacali» ha detto Marco Righi, segretario provinciale della Filt-Cgil di Reggio Emilia, secondo il quale quella di ieri è l’ultima spiaggia. La crisi del gruppo reggiano si è infatti aggravata dopo che la Fercam, inizialmente disposta a prendere in affitto alcune delle filiali di Artoni, ha fatto un passo indietro. La decisione secondo Fercam è stata motivata dall’eccessivo allungarsi dei tempi delle trattative con i sindacati sugli esuberi del personale, che non sarebbe stato riassorbito in toto. Ora a rischiare il posto di lavoro sono quasi 3.000 dipendenti tra lavoratori diretti e dell'indotto. «L’unica possibilità - prosegue Righi - è ora dare un ammortizzatore sociale a tutti i lavoratori, ma di questo dovremo discutere in un tavolo con la Regione». Intanto in diverse province d’Italia si sta scatenando il dibattito sulla crisi di Artoni, con interventi da parte della politica sia locale che nazionale, con effetti sulla trattativa che andrà in porto solo qualora tornerà in evidenza il beneficio industriale e le garanzie per lavoratori coinvolti e indotto.
Due settimane fa tra le due aziende si era rotta la trattativa facendo esplodere una crisi su scala nazionale. Artoni, infatti, è una galassia che conta 580 dipendenti diretti, altri 2.500 indiretti, e una trentina di centri logistici in Italia. Un patrimonio industriale che doveva passare in buona parte nelle mani di Fercam. La rottura della trattativa ha innescato un effetto domino, portando così all'incontro a Roma, dove il ministero ha chiesto di riaprire il confronto ma su basi diverse e con definizione «entro e non oltre il 10 marzo», come scritto nel verbale dell’incontro firmato anche da Anna Maria Artoni a fine seduta. Un piccolo spiraglio che non lascia certo spazio all’entusiasmo, salvo prevedere l’accesso alla cassa integrazione per i dipendenti che ne hanno diritto in attesa di una soluzione, processo nel quale dovrà entrare anche la Regione Emilia-Romagna. L’invito del ministero «a prendere in considerazione una nuova soluzione negoziale» che preveda prima l’affitto del ramo e poi la cessione, in forma però ridotta «rispetto alla precedente proposta da parte di Fercam spa» e che «coinvolga circa 150 dipendenti del Gruppo Artoni».
«Il ministero ha incontrato separatamente i due imprenditori e dopo ha informato le organizzazioni sindacali» ha detto Marco Righi, segretario provinciale della Filt-Cgil di Reggio Emilia, secondo il quale quella di ieri è l’ultima spiaggia. La crisi del gruppo reggiano si è infatti aggravata dopo che la Fercam, inizialmente disposta a prendere in affitto alcune delle filiali di Artoni, ha fatto un passo indietro. La decisione secondo Fercam è stata motivata dall’eccessivo allungarsi dei tempi delle trattative con i sindacati sugli esuberi del personale, che non sarebbe stato riassorbito in toto. Ora a rischiare il posto di lavoro sono quasi 3.000 dipendenti tra lavoratori diretti e dell'indotto. «L’unica possibilità - prosegue Righi - è ora dare un ammortizzatore sociale a tutti i lavoratori, ma di questo dovremo discutere in un tavolo con la Regione». Intanto in diverse province d’Italia si sta scatenando il dibattito sulla crisi di Artoni, con interventi da parte della politica sia locale che nazionale, con effetti sulla trattativa che andrà in porto solo qualora tornerà in evidenza il beneficio industriale e le garanzie per lavoratori coinvolti e indotto.
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