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Autodeterminazione, Reggio in prima linea 

Autodeterminazione, Reggio in prima linea 

Il vicesindaco Matteo Sassi: «La nostra città può e deve fare molto per far valere questi diritti»

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REGGIO EMILIA. Per il vice sindaco Matteo Sassi, Reggio Emilia può avere un ruolo importante per avviare in Italia un percorso per affermare il diritto al testamento biologico, senza escludere a priori di aprire anche un confronto sul suicidio assistito sulla base in entrambi i casi del diritto all'autodeterminazione.
Reggio in concreto cosa può fare?
«Può fare molto, non solo perché è stata tra le prime città a istituire il registro del testamento biologico, ma come è avvenuto per la legge sullo ius soli con la campagna “L'Italia sono anch'io” può far partire la mobilitazione. È il legislatore che deve assumere con dignità e coraggio queste decisioni e non possiamo sostituirci a loro, ma è altrettanto chiaro che molte comunità locali ospitano delle storie quotidiane di persone che chiedono il testamento biologico. Non è necessario andare in Svizzera per incontrare situazioni come quella che ha visto protagonista dDj Fabo».
Il passo successivo al testamento biologico è quello della dolce morte.
«Il tema del fine vita non riguarda solo chi decide di andare fuori dall'Italia per beneficiare di una legge che io definisco civile laica e liberale. Si tratta di alcune centinaia di casi all'anno solo in Italia E non tutti possono permettersi questa scelta da un punto di vista economico e della forza e della ferrea volontà che richiede tale decisione. E' ingiusto e innaturale dover emigrare e morire in una villetta anonima per vedere rispettata la tua volontà. Stiamo parlando di decine di migliaia di casi ogni anno di giovani e meno giovani. È evidente che questo dramma si consuma anche all'interno delle nostre comunità in una condizione di ipocrisia e di inazione dello Stato che scarica i problemi sui malati terminali, sui loro familiari e sui medici».
C'è però una sostanziale differenza tra cure palliative ed eutanasia...
«La cura palliativa cura il dolore, ma non esclude l'accanimento terapeutico. La palliazione evita che ci siano inutili sofferenze fisiche ma non può escludere l'accanimento terapeutico e quella situazione è vissuta non solo da chi decide di emigrare per morire ma anche da chi è ricoverato negli ospedali reggiani. Ci sono decine di migliaia di malati terminali che manifestano tuttora la propria volontà. C'è chi chiede un trattamento sanitario fino all'ultimo secondo e chi invece chiede di non essere sottoposto ad accanimento terapeutico. I primi, come deve essere, hanno il sostegno dello stato e delle istituzioni, i secondi diventano invisibili».
Anche negli hospice?
«Gli hospice sono luoghi che hanno come obiettivo alleviare le sofferenze fisiche e psicologiche dei malati terminali e lo fanno benissimo, ma non possono dare seguito alla volontà dei chi decide di evitare l'accanimento terapeutico. L'autodeterminazione è un valore inviolabile e intangibile. Di questo si tratta».(r.f.)

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