Toponomastica sessista Le vie cambiano genere
di Chiara Cabassa
Tra le iniziative in campo, mercoledì saranno affisse targhette al femminile «È una mobilitazione globale contro ogni forma di violenza sulle donne»
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REGGIO EMILIA. Per una giornata, quella dell’8 marzo, anche la toponomastica di Reggio Emilia cambierà. O almeno quella del centro storico. I numeri ci dicono che solamente il 3% delle vie e delle piazze porta un nome di donna. L’8 marzo è anche l’occasione per rimediare aggiornando per un giorno lo stradario: nel pomeriggio, in piazza Prampolini e dintorni, accanto al nome ufficiale della via o della piazza sarà infatti affissa la nuova intitolazione declinata al femminile. Questa è una delle “azioni” che saranno messe in campo mercoledì prossimo, insieme al ricco programma di eventi pubblicato a fianco.
A presentare la giornata di mobilitazione contro la violenza sulle donne, ma soprattutto le sue ragioni, sono state ieri mattina al Catomes Tôt Carmen Marini, Carla Ruffini, Marta Gallina e Barbara Bertani: quattro donne provenienti da esperienze diverse, aderenti alle associazioni piuttosto che ai comitati e ai collettivi più diversi, unite sotto il segno della neonata (nella nostra città) “Non una di meno”. Se la metafora della marea che diventa oceano (nel segno di un femminismo mai morto che di volta in volta affiora come un fiume carsico) è stata sdoganata dopo le manifestazioni del novembre scorso a Roma e di febbraio a Bologna, il comitato reggiano ha affiancato alle hashtag NonUnaDiMeno e LottoMarzo anche #SiamoTempesta. «A sottolineare - spiega Carla Ruffini - come sia giunto il momento di rompere assetti e rovesciare schemi. Perché questo - aggiunge - è uno sciopero globale a 360 gradi, non per niente si parla di produzione e di riproduzione. È uno sciopero contro quelle condizioni inflitte alle donne che negano il loro diritto all’autodeterminazione e diventano terreno in cui germoglia e si manifesta la violenza».
«C’è tanta voglia di scendere in piazza - prosegue Carmen Marini - creando una mobilitazione diffusa e non è un caso che accada oggi». Perché se è vero che l’8 marzo, al netto delle mimose e degli spogliarelli dedicati, è sempre stata una giornata di lotta a partire dallo sciopero delle camiciaie di New York nel 1909 per proseguire con la rivolta delle operaie di Pietrogrado l’8 marzo del 1917,oggi sta accadendo qualcosa. «Non possiamo fare finta di niente - dice Marini - dopo la deriva misogina e sessista degli Stati Uniti seguita all’elezione di Trump, con la Russia che sta approvando una legge per cui chi picchia la moglie se la potrà cavare con un’ammenda di ottanta euro e la Polonia dove solo la mobilitazione di migliaia di donne in tutta Europa ha impedito che fosse approvata una legge che avrebbe vietato qualsiasi forma di interruzione volontaria di gravidanza. Non dobbiamo meravigliarci se la mobilitazione in questo momento è così massiccia: non possiamo più stare a guardare». Una mobilitazione che parte dalla base anche dal punto di vista logistico: «Solitamente - spiega Marta Gallina - i cortei muovono dalla periferia per ritrovarsi al centro inteso anche come luogo del potere. Il nostro corteo, l’8 marzo, partirà da piazza Prampolini per poi raggiungere la periferia e in particolare concludersi piazza Domenica Secchi, a simboleggiare una base vitale e propositiva».
Se l’astensione dal lavoro produttivo potrà essere monitorato, non altrettanto calcolabile sarà l’astensione dal lavoro riproduttivo, ma non per questo è meno importante. Le donne vengono invitate a «sottrarsi ai lavori domestici e di cura, e magari anche astenersi dal fare la spesa. Quello del lavoro di cura è di per sè un lavoro invisibile, magari venendo meno potrà essere paradossalmente più visbile».
L’immagine rimasta negli occhi di chi ha partecipato nel novembre scorso nella capitale a quella partecipatissima manifestazione che ha posto le basi di Non una di meno è un’immagine che si vorrebbe rivedere, mercoledì, anche a Reggio. «In corteo - ricorda Barbara Bertani - c’erano bambine insieme alle loro nonne. Una grande manifestazione intergenerazionale e trasversale, dove non mancavano esponenti di associazioni Lgbt. Perché la vera sfida è educare alla differenza: ci sono modelli che da millenni ci vengono imposti al punto che la società neanchè più se ne accorge. Tutto diventa consuetudine».
A presentare la giornata di mobilitazione contro la violenza sulle donne, ma soprattutto le sue ragioni, sono state ieri mattina al Catomes Tôt Carmen Marini, Carla Ruffini, Marta Gallina e Barbara Bertani: quattro donne provenienti da esperienze diverse, aderenti alle associazioni piuttosto che ai comitati e ai collettivi più diversi, unite sotto il segno della neonata (nella nostra città) “Non una di meno”. Se la metafora della marea che diventa oceano (nel segno di un femminismo mai morto che di volta in volta affiora come un fiume carsico) è stata sdoganata dopo le manifestazioni del novembre scorso a Roma e di febbraio a Bologna, il comitato reggiano ha affiancato alle hashtag NonUnaDiMeno e LottoMarzo anche #SiamoTempesta. «A sottolineare - spiega Carla Ruffini - come sia giunto il momento di rompere assetti e rovesciare schemi. Perché questo - aggiunge - è uno sciopero globale a 360 gradi, non per niente si parla di produzione e di riproduzione. È uno sciopero contro quelle condizioni inflitte alle donne che negano il loro diritto all’autodeterminazione e diventano terreno in cui germoglia e si manifesta la violenza».
«C’è tanta voglia di scendere in piazza - prosegue Carmen Marini - creando una mobilitazione diffusa e non è un caso che accada oggi». Perché se è vero che l’8 marzo, al netto delle mimose e degli spogliarelli dedicati, è sempre stata una giornata di lotta a partire dallo sciopero delle camiciaie di New York nel 1909 per proseguire con la rivolta delle operaie di Pietrogrado l’8 marzo del 1917,oggi sta accadendo qualcosa. «Non possiamo fare finta di niente - dice Marini - dopo la deriva misogina e sessista degli Stati Uniti seguita all’elezione di Trump, con la Russia che sta approvando una legge per cui chi picchia la moglie se la potrà cavare con un’ammenda di ottanta euro e la Polonia dove solo la mobilitazione di migliaia di donne in tutta Europa ha impedito che fosse approvata una legge che avrebbe vietato qualsiasi forma di interruzione volontaria di gravidanza. Non dobbiamo meravigliarci se la mobilitazione in questo momento è così massiccia: non possiamo più stare a guardare». Una mobilitazione che parte dalla base anche dal punto di vista logistico: «Solitamente - spiega Marta Gallina - i cortei muovono dalla periferia per ritrovarsi al centro inteso anche come luogo del potere. Il nostro corteo, l’8 marzo, partirà da piazza Prampolini per poi raggiungere la periferia e in particolare concludersi piazza Domenica Secchi, a simboleggiare una base vitale e propositiva».
Se l’astensione dal lavoro produttivo potrà essere monitorato, non altrettanto calcolabile sarà l’astensione dal lavoro riproduttivo, ma non per questo è meno importante. Le donne vengono invitate a «sottrarsi ai lavori domestici e di cura, e magari anche astenersi dal fare la spesa. Quello del lavoro di cura è di per sè un lavoro invisibile, magari venendo meno potrà essere paradossalmente più visbile».
L’immagine rimasta negli occhi di chi ha partecipato nel novembre scorso nella capitale a quella partecipatissima manifestazione che ha posto le basi di Non una di meno è un’immagine che si vorrebbe rivedere, mercoledì, anche a Reggio. «In corteo - ricorda Barbara Bertani - c’erano bambine insieme alle loro nonne. Una grande manifestazione intergenerazionale e trasversale, dove non mancavano esponenti di associazioni Lgbt. Perché la vera sfida è educare alla differenza: ci sono modelli che da millenni ci vengono imposti al punto che la società neanchè più se ne accorge. Tutto diventa consuetudine».
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