«Ho ucciso mio cognato, uomo del clan»
Il freddo racconto di Bonazzoli: «Gli sparai con il fucile, Gobbi era il braccio destro di Lamanna»
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REGGIO EMILIA. Parla nell’aula-bunker con freddezza, quasi con distacco, eppure Luciano Bonazzoli ha ucciso il 4 dicembre 2014 suo cognato (l’imprenditore cremonese 43enne Giorgio Gobbi) e inoltre rivela nella testimonianza, con sicurezza, l’appartenenza della vittima al clan Grande Aracri «come braccio destro di Francesco Lamanna, capo della ’ndrangheta a Cremona».
Parte dall’omicidio, senza scomporsi: «Avevo venduto degli orologi di mio cognato, ma non avevo più i soldi da ridargli, perché affetto da ludopatia avevo speso tutto. Dopo litigi, minacce, richieste di denaro, ho chiesto a mio cognato di venire nella mia azienda e gli ho sparato. L’ho ucciso con un fucile da caccia. Gli ho sparato all’addome e il secondo colpo è partito da solo, in faccia. Con l’aiuto di un’altra persona (il borettese Roberto Infante, ndr) il cadavere è stato portato a Parma, per occultarlo». Poi i discorsi del testimone scivolano sulla criminalità organizzata: «Il fratello di mia moglie mi ha sempre detto che una parte dei proventi dei suoi affari doveva darli a Lamanna e per fare tutte le operazioni doveva avere il suo benestare. Una volta mi aveva portato una pistola a casa chiedendomi se potevo tenerla perché era “sporca”, l’aveva usata per fare reati. E per diventare il braccio destro di Lamanna – rimarca – mio cognato aveva dovuto fare intimidazioni, estorsioni, omicidi, gambizzazioni. Per dimostrare a Lamanna che, pur non essendo calabrese, poteva fidarsi di lui. Ogni tanto mi diceva di essere fratello di sangue di Lamanna e che aveva partecipato al matrimonio della figlia di un boss di Cutro e su consiglio dello stesso Lamanna aveva regalato le fedi nuziali». Bonazzoli aggiunge che sua moglie, un anno e mezzo fa, ha trovato un gatto con la testa tagliata sullo zerbino di casa: «Io ero già in carcere». In ambito reggiano ha infine ricordato di un conflitto fra il cognato e Michele Colacino (assolto nel primo grado di Aemilia)e riconosce quest’ultimo in foto.
Parte dall’omicidio, senza scomporsi: «Avevo venduto degli orologi di mio cognato, ma non avevo più i soldi da ridargli, perché affetto da ludopatia avevo speso tutto. Dopo litigi, minacce, richieste di denaro, ho chiesto a mio cognato di venire nella mia azienda e gli ho sparato. L’ho ucciso con un fucile da caccia. Gli ho sparato all’addome e il secondo colpo è partito da solo, in faccia. Con l’aiuto di un’altra persona (il borettese Roberto Infante, ndr) il cadavere è stato portato a Parma, per occultarlo». Poi i discorsi del testimone scivolano sulla criminalità organizzata: «Il fratello di mia moglie mi ha sempre detto che una parte dei proventi dei suoi affari doveva darli a Lamanna e per fare tutte le operazioni doveva avere il suo benestare. Una volta mi aveva portato una pistola a casa chiedendomi se potevo tenerla perché era “sporca”, l’aveva usata per fare reati. E per diventare il braccio destro di Lamanna – rimarca – mio cognato aveva dovuto fare intimidazioni, estorsioni, omicidi, gambizzazioni. Per dimostrare a Lamanna che, pur non essendo calabrese, poteva fidarsi di lui. Ogni tanto mi diceva di essere fratello di sangue di Lamanna e che aveva partecipato al matrimonio della figlia di un boss di Cutro e su consiglio dello stesso Lamanna aveva regalato le fedi nuziali». Bonazzoli aggiunge che sua moglie, un anno e mezzo fa, ha trovato un gatto con la testa tagliata sullo zerbino di casa: «Io ero già in carcere». In ambito reggiano ha infine ricordato di un conflitto fra il cognato e Michele Colacino (assolto nel primo grado di Aemilia)e riconosce quest’ultimo in foto.
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