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«Minacciato da Rocca, finsi di pentirmi» 

Signifredi accusa il compagno di carcere («Voleva che lo scagionassi») e il 39enne Muto («Mi puntò la pistola alla tempia»)


04 marzo 2017 di Tiziano Soresina


REGGIO EMILIA. È una testimonianza-shock quella del pentito Paolo Signifredi, fra pesanti minacce in carcere, una pistola puntata all’improvviso e incontri a raffica in odore di ’ndrangheta.
Considerato dagli inquirenti il contabile del clan Grande Aracri, nel parallelo processo di mafia Pesci è stato condannato in primo grado (con rito abbreviato) a 6 anni di reclusione e nella nostra provincia il 53enne è conosciuto per aver acquistato nel 2003 il Brescello Calcio, rimanendo però in sella un solo anno. Nelle vesti di collaboratore di giustizia Signifredi è già stato sentito sempre nel processo Pesci, subendo nel controesame gli affondi di diversi avvocati difensori per metterne in dubbio la credibilità. Ieri, a Reggio, per proteggerlo ha parlato – ripreso di spalle – in videoconferenza da una località segreta, assistito in aula dall’avvocato d’ufficio Fabio Benati. Interrogato dal pm antimafia Marco Mescolini, il testimone si è rivelato un autentico fiume in piena, partendo dal retroscena non indifferente legato all’avvio della sua collaborazione con la giustizia. In carcere a Voghera, nelle ore d’aria e durante le attività di socialità dice di essere stato “convinto” da Antonio Rocca (imputato sia in Aemilia che in Pesci) a simulare il pentimento: «Rocca mi spiegò che, venendo da giù, non poteva pentirsi, quindi mi pressava affinché lo facessi io, mettendoci dentro però 2-3 eventi che l’avrebbero scagionato. E mi minacciava di continuo, con riferimenti a scioglimenti nell’acido o al fatto che sarei diventato cibo per i maiali, per non parlare delle cento persone pronte ad ammazzare i miei familiari. Mi dettò quello che dovevo dire ai magistrati, facendomelo scrivere due volte affinché lo memorizzassi». Ma al primo interrogatorio crolla «una volta – rimarca – che mi vengono tolti gli appunti dettati da Rocca».
Signifredi ha racconti a tinte forti anche quando parla di ‘ndrangheta. Dice che nel gennaio 2102 assistette ad un litigio fra Rocca e Salvatore Muto (il 39enne è imputato sia di Aemilia che di Pesci) per il pagamento di 30mila euro da parte dell’imprenditore calabrese Rocco Covelli. «Rocca poi se ne andò, Muto intascò i soldi e mi disse di salire in macchina con lui e mentre viaggiavamo verso Cremona, senza dire una parola, tirò fuori una pistola puntandomela alla tempia, facendomi segno col dito di tacere. Poi in un bar cremonese mi presentò Francesco Lamanna». Quest’ultimo (condannato, con rito abbreviato, sia in Aemilia che in Pesci) viene indicato, con Muto, come referente diretto di Nicolino Grande Aracri «che comanda tutto il clan, poi a scendere ha un uomo di fiducia nelle province di Reggio, Parma, Mantova e Piacenza, inoltre se vi sono dei problemi fra di loro ne vanno a parlare giù».
Poi a Signifredi viene chiesto di alcuni imputati di Aemilia, vedendo se poi li riconosce nelle foto che gli vengono mostrate. Parla di Antonio Valerio (riconoscendolo a fatica nell’immagine) e ricorda due episodi riferiti al 49enne, cioè un prestito di 50mila euro a tasso usurario (che non si concretizzò) e la mancata vendita di forti quantitativi di banconote coreane (i won che in una scorsa udienza si è saputo ce ne fosse addirittura un vagone pieno fermo in stazione...) causata dalle cifre troppo enormi per andare in porto. Non riconosce in foto, invece, Alfonso Diletto (già condannato in primo grado), che dice di aver conosciuto casualmente a Brescello e di averlo poi trovato a Cutro in un incontro con il capoclan Grande Aracri. Molto contrastato dai difensori questo articolato “momento” fotografico in cui il pentito non riconosce Pasquale Riillo, per mesi suo compagno di cella.

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