Congresso Pd, Andrea Rossi pronto al Lingotto: «Caro Matteo, sto con te»
di Evaristo Sparvieri
Il sottosegretario alla presidenza della Regione lancia la corsa dell’ex premier «Consip? La magistratura faccia il suo corso. Ma no alle sentenze sulla stampa»
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REGGIO EMILIA. «Io la mia scelta l’ho fatta. Sto con Renzi. E chiedo: chi in questo momento ha una leadership tale che, per caratteristiche e capacità di leggere i cambiamenti della nostra comunità, può giocare un ruolo fondamentale per il Paese? Con tutto il rispetto per figure come Emiliano e Orlando, che sosterrò in caso di vittoria, credo che Renzi rappresenti ancora il valore aggiunto per il Pd». Era in predicato di entrare nella segreteria nazionale quando dalle parti del Pd si pensava a un semplice rimpasto per ripartire dopo la mazzata del referendum. Ma, si sa, la politica cambia in fretta. E così niente rimpasto ma sì al congresso, con quella coda velenosa di scissioni, tesseramenti sospetti e caso Consip che rischiano di trasformare le primarie in una guerra all’ultimo sangue. Ma mentre gli scissionisti cantano il Vasco di Un mondo migliore, il sottosegretario alla presidenza della Regione, il renziano Andrea Rossi, si prepara alla tre giorni del Lingotto, al via venerdì. E preferisce dedicare al suo Pd le note di A te di Jovanotti, «un’artista che più degli altri riesce a raccontare le speranze di una generazione alla quale il Pd deve restituire una prospettiva di futuro. E quindi faccio un appello a tutti. Dovremo volere più bene al Pd, riconoscendone i punti di forza: un’infrastruttura politica in grado di portare nel congresso la discussione di non meno di 20mila iscritti in Emilia, alle primarie non meno di due milioni per eleggere un leader. Una partecipazione, fatta di volontari e militanti senza padroni, senza blog, ma solo di persone che si confrontano».
Rossi, un confronto in cui mancherà la voce degli scissionisti. A voler essere maligni, si potrebbe pensare che siano i principali “tifosi” di Renzi, paradossalmente la ragione della loro esistenza?
«Sotto questo aspetto, capisco quando si parla di ricatto verso Renzi. Si può essere in disaccordo, ma non si può ricattare una persona. Sulla scissione c’è però una grande amarezza, legata al fatto che una parte importante della mia vita politica, persone con cui condividi un percorso, decide di uscire. Ma anche al fatto che mi è stato sempre insegnato che nei momenti di difficoltà bisogna portare il proprio contributo dall’interno. Volendo usare un’espressione forte, le scissioni non migliorano il “mercato” elettorale. Da questo punto di vista la militanza è più intelligente del gruppo dirigente. E sa che l’unità è fondamentale per affrontare le sfide più difficili».
L’unità che si sta sfaldando nelle feste. Considerare Villalunga off limits per gli scissionisti fa discutere...
«Io dico solo questo. Vorrei che venisse superata una situazione di indeterminatezza. Cosa è accaduto? C’è stata una parte che ha deciso di fondare un nuovo partito, con un simbolo che presenterà alle elezioni. Dialogherò con loro, come con altri possibili alleati. Ma le feste sono del Pd. Quando si parlerà di centrosinistra potranno essere ospiti, vengano da sinistra o dal centro. Le feste però sono il più grande momento di iniziativa politica del Pd. Piuttosto la domanda a chi è uscito è questa: per loro è ancora importante il progetto politico del Lingotto del 2007? Io penso di sì. Loro se la sono posti questa domanda? Evidentemente no».
Magari se la sono posti. Ma avrebbero risposto “no”, visto che il prossimo Lingotto sarà di Renzi... Lo ha sentito? Cosa gli ha consigliato?
«Gli ho detto che non c’è centrosinistra senza il Pd e Pd senza centrosinistra, immaginando un dialogo che a partire dal Pd come perno possa tenere insieme quelle forze che si stanno organizzando, dal campo progressista di Pisapia fino all’area popolare di centro con cui lo stesso Pd ha governato sia dai tempi di Letta. Ma gli ho consigliato anche di riprendere quel racconto dell’importante lavoro di riforme, al di là dell’importanza dei mille giorni e dei risultati raggiunti su temi come diritti civili, spreco alimentare, lotta al capolarato, jobs act per citarne alcuni. Ora abbiamo bisogno di un nuovo racconto per il Paese. Il Lingotto sarà il momento in cui si cercherà di costruire un profilo di governo sempre più forte sulla base progettuale dell’attuale candidato Matteo Renzi. Abbiamo bisogno di capisaldi forti».
Tipo?
«Un nuovo modello di sviluppo nel rapporto con l’ambiente, partendo anche dagli esempi locali di Reggio e della Regione. E poi il tema del clima, una delle sfide che abbiamo davanti: un racconto che ha caratterizzato soprattutto il M5s, ma che non ha trovato nel M5s espressione come da noi. Un altro elemento sono le politiche per abbattere le disuguaglianze: qui in Emilia i dati sull’occupazione sono più positivi rispetto al resto del Paese. Oggi non c’è diritto dei lavoratori se non c’è lavoro. E l’impegno per uno scatto di uguaglianza passa attraverso una vera crescita dei posti di lavoro, resa possibile anche grazie alla credibilità forte che Renzi ha avuto in Europa sul superamento del deficit, magari con modi sui generis, ma da interlocutore autorevole e in una logica di sviluppo. Il lavoro dà reddito e dignità, consentendo, anche attraverso la costruzione di un nuovo rapporto con la tecnologia, di cambiare il clima di odio che c’è nel Paese. Un problema anche culturale, sul quale bisogna costruire un nuovo civismo, fatto di partecipazione, cittadinanza attiva, patti con le imprese e i sindacati...»
I sindacati? Ma non erano il nemico giurato da cui pescheranno voti gli scissionisti?
«Il rapporto con le classi intermedie è stato determinato da una certa tensione che qui in Emilia non c’è stata: abbiamo messo tutti attorno ad un tavolo, con l’obiettivo di intervenire con investimenti pubblici e privati. L’altro giorno ho visitato due importanti realtà di Casalgrande: hanno prodotto 250 assunzioni, grazie alle misure regionali e del governo. In regione la disoccupazione è scesa dall’8,4% a meno del 7% in due anni. A livello nazionale, mi chiedo quale sarebbe oggi il dibattito se la riforma del lavoro fosse stata fatta da D’Alema nel ‘97: metteva in campo la stessa ricetta del governo attuale, in conflitto con la Cgil di Cofferati».
Renzi però ha dato l’impressione di tirare un po’ troppo dritto. Un errore?
«Non so se sia stato un errore, né come sostiene qualcuno, ha rispostosolo agli imprenditori di turno. Ha avuto la forza del cambiamento con l’obiettivo di creare posti di lavoro, anche grazie alle riforme. Credo che questi siano temi interessanti su cui costruire un nuovo racconto e una nuova progettualità».
La progettualità c’era anche prima. Poi è arrivato il referendum...
«Il voto del 4 dicembre ci ha rubato il futuro. Ma dobbiamo accettare il risultato. Non è un caso che l’effetto sia la scissione, con la nascita di piccoli partiti. Il manifesto del Pd nasceva per dare un futuro ai giovani dall’incontro di diverse culture, con una vocazione maggioritaria che aiutasse a superare le risse fra partitini».
Però il referendum è stato l’ultimo passaggio di un intero iter di riforme, naufragate di conseguenza...
«Non dimentichiamoci che nel 2013 c’era un Parlamento che applaudiva compatto Napolitano, lo stesso presidente che li riprendeva per non aver dato seguito alle riforme. Renzi si è fatto carico di un percorso di stabilità, credibilità e chiarezza per recuperare il gap di fiducia tra cittadini e istituzioni».
Ma ritiene che sia ancora spendibile? Non è più il nuovo che avanza... e poi oltre alla scissione, c’è la bufera sulle tessere, l’inchiesta Consip...
«Se qualcuno avesse immaginato uno scenario post referendario negativo, non lo avrebbe immaginato così difficile. Dopo il 4 dicembre, sembra che tutto stia travolgendo il Pd. Su Consip mi fermo. La magistratura faccia il suo corso, non si facciano sentenze improvvisate sulla stampa, consentiamo alle persone di dimostrare quella che io spero sia la loro estraneità. Quanto a Renzi, sto coordinando la raccolta firme a livello regionale. Senza coinvolgere tutti i Comuni, visto che avevamo un obiettivo di massimo 500 firme sulle 2000 massime necessarie a livello nazionale, ne abbiamo raccolte al momento quasi quattro volte tanto...».
Qui a Reggio si stanno riposizionando in molti. La pattuglia di Orlando sembra nutrita. Il sindaco Vecchi, come lei, sta con Renzi, ma tiene dentro gli scissionisti. Il segretario Costa non si esprime. Cosa ne pensa?
«Su Vecchi, penso che faccia bene: le scelte delle singole persone non devono mettere in discussione quei progetti politici nati in funzione del governo locale. Le fuoriuscite nazionali non devono destabilizzare gli ambiti locali. Su Costa, avrà il tempo di fare le sue riflessioni: un segretario provinciale, per la funzione che svolge, per forza di cose produrrà una riflessione che lo porterà a prendere una posizione legittima. Un posizionamento, qualunque esso sia, non mette in discussione l’autorevolezza del ruolo, né la sua funzione di garanzia del rispetto delle regole democratiche. Molti segretari si sono già schierati. E penso che debbano farlo così come i sindaci, che rispondono ad una comunità anche più ampia di quella un partito».
Rossi, un confronto in cui mancherà la voce degli scissionisti. A voler essere maligni, si potrebbe pensare che siano i principali “tifosi” di Renzi, paradossalmente la ragione della loro esistenza?
«Sotto questo aspetto, capisco quando si parla di ricatto verso Renzi. Si può essere in disaccordo, ma non si può ricattare una persona. Sulla scissione c’è però una grande amarezza, legata al fatto che una parte importante della mia vita politica, persone con cui condividi un percorso, decide di uscire. Ma anche al fatto che mi è stato sempre insegnato che nei momenti di difficoltà bisogna portare il proprio contributo dall’interno. Volendo usare un’espressione forte, le scissioni non migliorano il “mercato” elettorale. Da questo punto di vista la militanza è più intelligente del gruppo dirigente. E sa che l’unità è fondamentale per affrontare le sfide più difficili».
L’unità che si sta sfaldando nelle feste. Considerare Villalunga off limits per gli scissionisti fa discutere...
«Io dico solo questo. Vorrei che venisse superata una situazione di indeterminatezza. Cosa è accaduto? C’è stata una parte che ha deciso di fondare un nuovo partito, con un simbolo che presenterà alle elezioni. Dialogherò con loro, come con altri possibili alleati. Ma le feste sono del Pd. Quando si parlerà di centrosinistra potranno essere ospiti, vengano da sinistra o dal centro. Le feste però sono il più grande momento di iniziativa politica del Pd. Piuttosto la domanda a chi è uscito è questa: per loro è ancora importante il progetto politico del Lingotto del 2007? Io penso di sì. Loro se la sono posti questa domanda? Evidentemente no».
Magari se la sono posti. Ma avrebbero risposto “no”, visto che il prossimo Lingotto sarà di Renzi... Lo ha sentito? Cosa gli ha consigliato?
«Gli ho detto che non c’è centrosinistra senza il Pd e Pd senza centrosinistra, immaginando un dialogo che a partire dal Pd come perno possa tenere insieme quelle forze che si stanno organizzando, dal campo progressista di Pisapia fino all’area popolare di centro con cui lo stesso Pd ha governato sia dai tempi di Letta. Ma gli ho consigliato anche di riprendere quel racconto dell’importante lavoro di riforme, al di là dell’importanza dei mille giorni e dei risultati raggiunti su temi come diritti civili, spreco alimentare, lotta al capolarato, jobs act per citarne alcuni. Ora abbiamo bisogno di un nuovo racconto per il Paese. Il Lingotto sarà il momento in cui si cercherà di costruire un profilo di governo sempre più forte sulla base progettuale dell’attuale candidato Matteo Renzi. Abbiamo bisogno di capisaldi forti».
Tipo?
«Un nuovo modello di sviluppo nel rapporto con l’ambiente, partendo anche dagli esempi locali di Reggio e della Regione. E poi il tema del clima, una delle sfide che abbiamo davanti: un racconto che ha caratterizzato soprattutto il M5s, ma che non ha trovato nel M5s espressione come da noi. Un altro elemento sono le politiche per abbattere le disuguaglianze: qui in Emilia i dati sull’occupazione sono più positivi rispetto al resto del Paese. Oggi non c’è diritto dei lavoratori se non c’è lavoro. E l’impegno per uno scatto di uguaglianza passa attraverso una vera crescita dei posti di lavoro, resa possibile anche grazie alla credibilità forte che Renzi ha avuto in Europa sul superamento del deficit, magari con modi sui generis, ma da interlocutore autorevole e in una logica di sviluppo. Il lavoro dà reddito e dignità, consentendo, anche attraverso la costruzione di un nuovo rapporto con la tecnologia, di cambiare il clima di odio che c’è nel Paese. Un problema anche culturale, sul quale bisogna costruire un nuovo civismo, fatto di partecipazione, cittadinanza attiva, patti con le imprese e i sindacati...»
I sindacati? Ma non erano il nemico giurato da cui pescheranno voti gli scissionisti?
«Il rapporto con le classi intermedie è stato determinato da una certa tensione che qui in Emilia non c’è stata: abbiamo messo tutti attorno ad un tavolo, con l’obiettivo di intervenire con investimenti pubblici e privati. L’altro giorno ho visitato due importanti realtà di Casalgrande: hanno prodotto 250 assunzioni, grazie alle misure regionali e del governo. In regione la disoccupazione è scesa dall’8,4% a meno del 7% in due anni. A livello nazionale, mi chiedo quale sarebbe oggi il dibattito se la riforma del lavoro fosse stata fatta da D’Alema nel ‘97: metteva in campo la stessa ricetta del governo attuale, in conflitto con la Cgil di Cofferati».
Renzi però ha dato l’impressione di tirare un po’ troppo dritto. Un errore?
«Non so se sia stato un errore, né come sostiene qualcuno, ha rispostosolo agli imprenditori di turno. Ha avuto la forza del cambiamento con l’obiettivo di creare posti di lavoro, anche grazie alle riforme. Credo che questi siano temi interessanti su cui costruire un nuovo racconto e una nuova progettualità».
La progettualità c’era anche prima. Poi è arrivato il referendum...
«Il voto del 4 dicembre ci ha rubato il futuro. Ma dobbiamo accettare il risultato. Non è un caso che l’effetto sia la scissione, con la nascita di piccoli partiti. Il manifesto del Pd nasceva per dare un futuro ai giovani dall’incontro di diverse culture, con una vocazione maggioritaria che aiutasse a superare le risse fra partitini».
Però il referendum è stato l’ultimo passaggio di un intero iter di riforme, naufragate di conseguenza...
«Non dimentichiamoci che nel 2013 c’era un Parlamento che applaudiva compatto Napolitano, lo stesso presidente che li riprendeva per non aver dato seguito alle riforme. Renzi si è fatto carico di un percorso di stabilità, credibilità e chiarezza per recuperare il gap di fiducia tra cittadini e istituzioni».
Ma ritiene che sia ancora spendibile? Non è più il nuovo che avanza... e poi oltre alla scissione, c’è la bufera sulle tessere, l’inchiesta Consip...
«Se qualcuno avesse immaginato uno scenario post referendario negativo, non lo avrebbe immaginato così difficile. Dopo il 4 dicembre, sembra che tutto stia travolgendo il Pd. Su Consip mi fermo. La magistratura faccia il suo corso, non si facciano sentenze improvvisate sulla stampa, consentiamo alle persone di dimostrare quella che io spero sia la loro estraneità. Quanto a Renzi, sto coordinando la raccolta firme a livello regionale. Senza coinvolgere tutti i Comuni, visto che avevamo un obiettivo di massimo 500 firme sulle 2000 massime necessarie a livello nazionale, ne abbiamo raccolte al momento quasi quattro volte tanto...».
Qui a Reggio si stanno riposizionando in molti. La pattuglia di Orlando sembra nutrita. Il sindaco Vecchi, come lei, sta con Renzi, ma tiene dentro gli scissionisti. Il segretario Costa non si esprime. Cosa ne pensa?
«Su Vecchi, penso che faccia bene: le scelte delle singole persone non devono mettere in discussione quei progetti politici nati in funzione del governo locale. Le fuoriuscite nazionali non devono destabilizzare gli ambiti locali. Su Costa, avrà il tempo di fare le sue riflessioni: un segretario provinciale, per la funzione che svolge, per forza di cose produrrà una riflessione che lo porterà a prendere una posizione legittima. Un posizionamento, qualunque esso sia, non mette in discussione l’autorevolezza del ruolo, né la sua funzione di garanzia del rispetto delle regole democratiche. Molti segretari si sono già schierati. E penso che debbano farlo così come i sindaci, che rispondono ad una comunità anche più ampia di quella un partito».
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