Le Province senza soldi valutano esposti
di Evaristo Sparvieri
Dall’Upi pronti a recarsi nelle Procure: nel mirino le finanziarie che hanno tagliato risorse all’ente tornato a nuova vita
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REGGIO EMILIA. L’incontro che potrebbe essere decisivo ci sarà giovedì, quando a Roma tornerà a riunirsi il direttivo nazionale dell’Unione province italiane (Upi), al quale da Reggio parteciperà anche Giammaria Manghi, presidente della Provincia e dell’Upi Emilia-Romagna. Sul piatto, in totale, manca circa un miliardo di euro: una cifra che il governo dovrà trovare in tempi celeri per consentire il funzionamento delle Province, trasformate in enti di secondo livello dalla legge Delrio del 2014, ma rinvigorite dopo la vittoria del no al referendum costituzionale di dicembre. E i cui presidenti, senza risorse per il proprio funzionamento, potrebbero adesso far leva su eventuali profili di incostituzionalità fra l’attuale situazione in cui si trovano i loro enti e quanto scritto nell’articolo 119 della Costituzione in materia di autonomia finanziaria di entrata e spesa.
Se non arriveranno i soldi, tutto sembra possibile. Anche una pioggia di esposti indirizzati alle Procure italiane: atti cautelativi per mettere al riparo dirigenti e personale da eventuali conseguenze che potrebbero derivare dalle mancate manutenzioni di strade e scuole, due funzioni strategiche rimaste in capo all’ente, che dall’ipotesi prereferendaria della dismissione è passato invece ad una legittimazione sancita proprio dalla Carta costituzionale. «Il tema non è l’incostituzionalità della legge Delrio - spiega Manghi – ma che ai sensi dell’articolo 119 della Costituzione le Province devono avere le risorse per funzionare. Semmai sono le leggi di Stabilità, che hanno fatto dal 2014 previsioni economiche di pesanti tagli in tre anni su enti che dopo il 4 dicembre invece sono rimasti in pieno organico nella Costituzione. Gli esposti avrebbero un valore simbolico: quello di mettere in salvaguardia le responsabilità di dirigenti e personale».
A livello nazionale, i numeri delle Province parlano di un totale di 130 mila chilometri di strade gestite e di circa 5.100 istituti superiori. Un patrimonio da far funzionare e migliorare nonostante i conti registrino un saldo pari appena al 3% fra i 3 miliardi e 668 milioni di entrate derivanti dai tributi provinciali (Ipt e Rca auto) e i 3 miliardi e 579 milioni restituiti allo Stato, a colpi di finanziarie e Spending Review. In pratica, nelle casse delle Province rimangono al massimo solo spiccioli, in un quadro che varia da territorio a territorio e che vede Province già in stato di dissesto o in pre-dissesto.
Una situazione nella quale non si trova la provincia di Reggio, che comunque sta facendo i salti mortali per chiudere il bilancio entro la data (già prorogata) del 31 marzo prossimo, dopo essere riuscita faticosamente a chiudere – unica provincia in regione – il bilancio in parte corrente: una “mosca bianca” anche per la virtuosa Emilia, dove si trovano in una situazione decisamente più difficoltosa da un punto di vista economico le vicine Province di Modena, Parma e Ferrara, alle prese con gap che si aggirano dagli 8,5 ai dieci milioni di euro. Argomenti che sono stati al centro di un incontro che Manghi, in qualità di presidente regionale Upi, ha convocato mercoledì scorso a Bologna per fare il punto della situazione: «Non esprimo giubilo per il fatto Reggio sia riuscita a chiudere la parte corrente – aggiunge Manghi – c’è un problema più generale. E riguarda il fatto che l’ente Provincia non può più essere precario. Se come Emilia-Romagna per il momento ci siamo presi tempo prima di valutare il da farsi, offrendo la massima costruttività per ridefinire il percorso del riordino istituzionale, a livello nazionale giovedì ci aspettiamo un passo avanti nella trattativa con il governo. Il 2017 deve essere un anno di svolta per le Province. Va detto che il governo è più sensibile al tema rispetto al passato. Ma l’avvenuta cancellazione del taglio 2017, pari a livello nazionale a 650 milioni di euro e per Reggio a 10 milioni, non risolve il problema dei fondi necessari per ottemperare a tutte le funzioni».
La coperta, insomma, è sempre corta. Ed è per questo che le Province chiedono ora circa un miliardo per far fronte alla situazione: «Si tratta di circa 700 milioni, pari all’entità del taglio revocato, più altri 300 milioni per fare investimenti. Cifra quest’ultima di cui ho già avuto modo di parlare un paio di settimane fa con il ministro, Graziano Delrio, che con il governo sta studiando il modo di reperire la somma. Fare anche da Reggio un esposto? Le decisioni saranno autonome. Cerchiamo di capire prima quali segnali e correzioni arriveranno dal governo, altrimenti ci ritroveremo e decideremo quali azioni intraprendere. Non vogliamo essere coloro che fanno polemiche, ma bisogna ristabilire un principio di verità e normalità sull’ente. Lo dobbiamo anche alle nostre comunità».
Se non arriveranno i soldi, tutto sembra possibile. Anche una pioggia di esposti indirizzati alle Procure italiane: atti cautelativi per mettere al riparo dirigenti e personale da eventuali conseguenze che potrebbero derivare dalle mancate manutenzioni di strade e scuole, due funzioni strategiche rimaste in capo all’ente, che dall’ipotesi prereferendaria della dismissione è passato invece ad una legittimazione sancita proprio dalla Carta costituzionale. «Il tema non è l’incostituzionalità della legge Delrio - spiega Manghi – ma che ai sensi dell’articolo 119 della Costituzione le Province devono avere le risorse per funzionare. Semmai sono le leggi di Stabilità, che hanno fatto dal 2014 previsioni economiche di pesanti tagli in tre anni su enti che dopo il 4 dicembre invece sono rimasti in pieno organico nella Costituzione. Gli esposti avrebbero un valore simbolico: quello di mettere in salvaguardia le responsabilità di dirigenti e personale».
A livello nazionale, i numeri delle Province parlano di un totale di 130 mila chilometri di strade gestite e di circa 5.100 istituti superiori. Un patrimonio da far funzionare e migliorare nonostante i conti registrino un saldo pari appena al 3% fra i 3 miliardi e 668 milioni di entrate derivanti dai tributi provinciali (Ipt e Rca auto) e i 3 miliardi e 579 milioni restituiti allo Stato, a colpi di finanziarie e Spending Review. In pratica, nelle casse delle Province rimangono al massimo solo spiccioli, in un quadro che varia da territorio a territorio e che vede Province già in stato di dissesto o in pre-dissesto.
Una situazione nella quale non si trova la provincia di Reggio, che comunque sta facendo i salti mortali per chiudere il bilancio entro la data (già prorogata) del 31 marzo prossimo, dopo essere riuscita faticosamente a chiudere – unica provincia in regione – il bilancio in parte corrente: una “mosca bianca” anche per la virtuosa Emilia, dove si trovano in una situazione decisamente più difficoltosa da un punto di vista economico le vicine Province di Modena, Parma e Ferrara, alle prese con gap che si aggirano dagli 8,5 ai dieci milioni di euro. Argomenti che sono stati al centro di un incontro che Manghi, in qualità di presidente regionale Upi, ha convocato mercoledì scorso a Bologna per fare il punto della situazione: «Non esprimo giubilo per il fatto Reggio sia riuscita a chiudere la parte corrente – aggiunge Manghi – c’è un problema più generale. E riguarda il fatto che l’ente Provincia non può più essere precario. Se come Emilia-Romagna per il momento ci siamo presi tempo prima di valutare il da farsi, offrendo la massima costruttività per ridefinire il percorso del riordino istituzionale, a livello nazionale giovedì ci aspettiamo un passo avanti nella trattativa con il governo. Il 2017 deve essere un anno di svolta per le Province. Va detto che il governo è più sensibile al tema rispetto al passato. Ma l’avvenuta cancellazione del taglio 2017, pari a livello nazionale a 650 milioni di euro e per Reggio a 10 milioni, non risolve il problema dei fondi necessari per ottemperare a tutte le funzioni».
La coperta, insomma, è sempre corta. Ed è per questo che le Province chiedono ora circa un miliardo per far fronte alla situazione: «Si tratta di circa 700 milioni, pari all’entità del taglio revocato, più altri 300 milioni per fare investimenti. Cifra quest’ultima di cui ho già avuto modo di parlare un paio di settimane fa con il ministro, Graziano Delrio, che con il governo sta studiando il modo di reperire la somma. Fare anche da Reggio un esposto? Le decisioni saranno autonome. Cerchiamo di capire prima quali segnali e correzioni arriveranno dal governo, altrimenti ci ritroveremo e decideremo quali azioni intraprendere. Non vogliamo essere coloro che fanno polemiche, ma bisogna ristabilire un principio di verità e normalità sull’ente. Lo dobbiamo anche alle nostre comunità».
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