In corteo più slogan che mimose
di Chiara Cabassa
Un migliaio di donne in piazza per ribadire che “non siamo una questione ma una rivoluzione”
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REGGIO EMILIA. “Tremate tremate le streghe son tornate”. “Libere di muoverci e di restare contro ogni frontiera”. “Non siamo una questione ma una rivoluzione”. “Fuori gli obiettori dagli ospedali pubblici”. Ma anche “Sui nostri corpi decidiamo noi”. Questi alcuni degli slogan che ieri svettavano su striscioni e manifesti portati in corteo dalle tante, tantissime reggiane che ieri hanno aderito alla manifestazione organizzata da “Non una di meno”. Manifestazione portata contemporaneamente (al netto del fuso orario) nelle piazze di quaranta Paesi in tutto il mondo. A Reggio, almeno mille donne hanno risposto all’appello scendendo in piazza. Non tutte hanno voluto o potuto partecipare allo sciopero globale al quale hanno aderito i sindacati di base e la Flc Cgil. Qualcuna, e lo ha ammesso con grande soddisfazione, si è invece astenuta sia dal lavoro fuori casa sia dalle faccende domestiche. Tutte hanno comunque scelto, quest’anno, di sventolare slogan anziché mimose. Di lottare perché c’è sempre meno da festeggiare. Di urlare la propria rabbia contro quella violenza di genere che continua a manifestarsi in maniera sempre più insidiosa e difficile da combattere. «Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo»: questo uno degli slogan che ci dicono quanta strada, in salita, sia ancora da percorrere.
E tra proclami assolutamente contemporanei (come quello contro l’obiezione di coscienza che sta mettendo a repentaglio la legge 194) e altri prettamente anni Settanta (primo fra tutti, l’invito all’autodeterminazione a partire da quella sui propri corpi) il corteo di ieri ha rappresentato qualcosa di finalmente nuovo e allo stesso tempo un tentativo (assolutamente riuscito) di ripartire dalla lotta.
Durante il percorso, anche la toponomastica di Reggio è cambiata con l’affissione di cartelli provocatori: via Aschieri è diventata via Giovanna Daffini, via Carducci via Shifa Gardi, via Turri via Franca Rame, via Toschi via Tina Modotti. In via San Pietro Martire, non si sa perché, qualche buontempone ha pensato bene di strappare il manifesto affisso poco prima.
Una manifestazione pacifica ma rumorosa, colorata (di fucsia) ma non per questo pacata, per niente litigiosa ma neppure accondiscente. Unico momento “critico” il flash mob che ha portato alcune decine di donne, ognuna con una sedia, a bloccare per una manciata di minuti la circonvallazione.
GUARDA VIDEO E FOTOGALLERYE COMMENTAwww.gazzettadireggio.it
E tra proclami assolutamente contemporanei (come quello contro l’obiezione di coscienza che sta mettendo a repentaglio la legge 194) e altri prettamente anni Settanta (primo fra tutti, l’invito all’autodeterminazione a partire da quella sui propri corpi) il corteo di ieri ha rappresentato qualcosa di finalmente nuovo e allo stesso tempo un tentativo (assolutamente riuscito) di ripartire dalla lotta.
Durante il percorso, anche la toponomastica di Reggio è cambiata con l’affissione di cartelli provocatori: via Aschieri è diventata via Giovanna Daffini, via Carducci via Shifa Gardi, via Turri via Franca Rame, via Toschi via Tina Modotti. In via San Pietro Martire, non si sa perché, qualche buontempone ha pensato bene di strappare il manifesto affisso poco prima.
Una manifestazione pacifica ma rumorosa, colorata (di fucsia) ma non per questo pacata, per niente litigiosa ma neppure accondiscente. Unico momento “critico” il flash mob che ha portato alcune decine di donne, ognuna con una sedia, a bloccare per una manciata di minuti la circonvallazione.
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