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«Sapevo che Matteo era armato e reagii» 

«Sapevo che Matteo era armato e reagii» 

L’imputato insiste sul debito con Montruccoli e sulla legittima difesa: «Io e Daniel subito aggrediti»  

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QUATTRO CASTELLA. Tirato, magrissimo, occhi cerchiati, “lotta” con le maniche del maglioncino e digrigna spesso i denti. Fatmir Hykay sa che in questa deposizione si gioca molto del suo futuro e tira fuori tutto quello che ha in corpo, in un buon italiano pieno di grinta e puntualizzazioni. Dirà parecchie cose diverse rispetto agli interrogatori affrontati durante l’inchiesta, come sistematicamente gli fa notare il pm Maria Rita Pantani che tiene altissimo il ritmo della deposizione. Domande a raffica, un vero pressing all’imputato. L’albanese di spaccio di droga – che per l’accusa è il movente di questa storia di sangue – non ne parla mai se non rimarcando che in auto con l’amico Daniel Tufa (28 anni, è l’altro imputato) accompagnava spesso Matteo Montruccoli in Liguria (a Levanto, dietro il compenso di 500 euro a viaggio) e quest’ultimo gli aveva fatto intendere che le trasferte erano legate agli stupefacenti. Poi ha parlato del debito contratto con Matteo, pian piano gonfiatosi sino a 23mila euro (« Avevo bisogno di soldi, mi dovevo sposare»), aggiungendo che anche l’amico Daniel doveva 15mila euro a Montruccoli. «Matteo si era fatto pressante e l’avevo tranquillizzato, parlandogli di un traffico di auto con l’Albania che ci avrebbe fruttato dei soldi. Ma ad un certo punto lui ci diede un ultimatum, voleva essere pagato». E qui si arriva al tragico 2 febbraio 2015: «Non ho fatto in tempo ad entrare nel monolocale – racconta il 29enne – che Marco Montruccoli ha preso a testate Daniel, facendolo cadere a terra per poi schiacciarlo. Ma ha preso a pugni anche me. Nel mentre Matteo mi ha puntato alla gola un machete. Ero molto spaventato ed appoggiandomi alla porta-finestra ho cercato di aprila per fuggire. Tutto inutile, Matteo mi ha visto e mi ha colpito di piatto in testa con il machete. Implorai Matteo di lasciarci andare, invece si è infilato dei guanti da giardinaggio e, sapendo che aveva in casa una pistola, ho pensato che voleva spararci e ho reagito. D’istinto sono volato in cucina e ho preso due coltelli, ma Marco mi è venuto dietro». Qui il racconto si fa crudo: «In cucina siamo caduti dopo una collutazione e per sfilarmi da Marco che era sopra di me l’ho colpito con l’unico coltello rimastomi in mano. Poi nella sala attigua siamo scivolati a terra perché c’era sangue ovunque, mio e di Daniel, e ho accoltellato di nuovo Marco. Ad un certo punto non si è più mosso, ma non mi sono accorto che era morto, volevo solo fuggire. Non ricordo se ho poi colpito Matteo». Della fuga in Germania si rifiuta di parlare. Ma la sua testimonianza non è ancora finita. (t.s.)

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