Congresso Pd, Delrio: «Renzi? E’ il nostro Maradona»
Il ministro ed ex sindaco di Reggio Emilia sul palco del Lingotto: «Il Jobs Act è il più grande atto di protezione sociale mai fatto nel nostro paese »
REGGIO EMILIA. «Non abbiamo paura della leadership, un leader serve. Quando giocava il Napoli nessuno aveva paura di mettere in campo Maradona».
Sale sul palco intorno alle 12.15, presentato come ministro, ex sindaco di Reggio Emilia ed ex presidente Anci. Un discorso lampo, dettato dai tempi strettissimi di un fitto calendario di interventi, in leggero ritardo sulla tabella di marcia e poco prima del gran finale, quando Renzi chiama attorno a sé militanti e volontari per inaugurare quella nuova fase del “noi” chiesta a gran voce anche dai big del partito. Sul palco del Lingotto, il ministro, Graziano Delrio, difende il Jobs Act e la Buona Scuola, apre le porte a Pisapia e chiude quelle degli scissionisti.
Ma, soprattutto, dopo il discusso fuorionda che aveva innescato non pochi rumors sul suo reale rapporto con l’ex premier, lancia a gran voce la candidatura di Renzi al congresso, incoronando la sua leadership e paragonandolo al genio calcistico di Diego Armando Maradona. Per il ministro reggiano di fede interista, «Renzi è l’interprete del nostro sogno, rappresenta speranze e aspettative del nostro popolo, la leadership è indispensabile.
Quando giocava il Napoli nessuno aveva paura di mettere in campo Maradona, nessuno si preoccupava che giocava troppo con la palla. Giocava una squadra, ma senza Maradona forse, vincevano lo stesso le partite, ma non vincevano lo scudetto». Un gioco di squadra ribadito nel gran finale del Lingotto, quando Renzi chiama sul palco militanti e volontari insieme a ministri e dirigenti, lasciando la prima fila ai compagni di partito, fra i quali il premier, Paolo Gentiloni, e lo stesso Delrio.
«Siamo qui – esordisce il ministro reggiano – perché il Lingotto è la nostra memoria. Memoria della fatica di tanti operai che qui hanno costruito il futuro del Paese, e memoria politica del nostro partito che dieci anni fa ha deciso di costruire una comunità ampia e aperta, non settaria. Questo è il luogo dove è nata una visione diversa sul Paese e sul mondo».
Un Paese dove, secondo il ministro, «il Jobs Act è il più grande atto di protezione sociale mai fatto», dove «non abbiamo abbassato il costo del lavoro per fare un favore a Marchionne, ma ai ragazzi che sono stati stabilizzati». E dove anche «la riforma della scuola non l’abbiamo fatta per far contare di più i presidi, ma per stabilizzare gli insegnanti»: «Abbiamo aumentato le tutele, non le abbiamo ridotte», precisa Delrio.
Riforme rivendicate con forza, riconoscendone la paternità al governo Renzi e lanciando nello stesso tempo un appello ai giovani a trovare «pensieri nuovi e più avanzati» nell’ambito di una riflessione che non risparmia critiche ai limiti del capitalismo. «Non è più la stagione della proprietà, ma della condivisione», dice Delrio, tracciando la rotta del partito e delle future alleanze: «Salutiamo con piacere il tentativo di Pisapia di allargare il campo progressista, ma non dobbiamo ragionare di forme o astrazioni, dobbiamo includere chi ci sta sul nostro progetto e non possiamo porre paletti all’inizio, ovviamente chiarendo che si parla di centrosinistra».
Quanto agli scissionisti, «non siamo un autobus su cui salire o scendere, il Pd non è il luogo dove fare carriera. Per noi la politica è servizio al bene comune. Mio figlio sente dire che il Pd è il partito dei banchieri, della corruzione e quando torno il fine settimana mi chiede: ho conosciuto un altro padre?». Per il ministro reggiano, il Pd è un «partito inclusivo», «che si occupa della povera gente non umiliando il talento degli imprenditori e dei piccoli imprenditori che innervano il Paese». Di qui la sfida per il congresso: «Siamo stati attori del cambiamento e vogliamo ancora che questo Paese cambi. Abbiamo fatto un percorso importante insieme in questi anni che ha portato a risultati, ma non ci possiamo accontentare». (e.spa.)
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