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Poiatica, ecco lo studio sulla discarica che scotta  

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Poiatica, ecco lo studio sulla discarica che scotta  

Frane, erosioni e soluzioni sul tavolo del lungo braccio di ferro tra Iren e Regione Tutte le criticità del discusso impianto finito nell’indagine della Dda di Bologna

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Una pesante tegola giudiziaria sul sito, già da tempo al centro di un delicato braccio di ferro tra la Regione, Iren, il comitato Fermare la Discarica e gli enti locali sulle modalità di chiusura definitiva dell’impianto. Di fatto, la discarica di Poiatica ha cessato la sua attività con l’approvazione del piano regionale dei rifiuti, nella primavera del 2016. Ma l’approvazione della chiusura non ha posto la parola “fine” al problema sicurezza. C’è un dislivello in qualche modo da colmare, che causa criticità legate al drenaggio delle acque superficiali e alla stabilità dei versanti, con il rischio di erosioni, cedimenti, infiltrazioni e frane. È questo il quadro messo nero su bianco nello studio dell’Università di Bologna: una relazione estranea all’inchiesta giudiziaria, ma che accende una volta di più i riflettori sulla gestione ventennale di un impianto la cui chiusura, seppure autorizzata da un punto di vista amministrativo, non ha affatto chiuso la partita da un punto di vista morfologico.
Lo studio è il risultato di un accordo stipulato tra la Regione e Iren. Cinque paginette, redatte prima dell’approvazione del piano regionale dei rifiuti, a segnare una sorta di tregua nella battaglia che da tempo vedeva l’una contro l’altra la Regione e la multiutility. Come avvenuto nel febbraio 2016, quando la proposta del piano regionale rifiuti era ancora nella fase delle osservazioni, durante le quali Iren non ha fatto a meno di alzare. Con il destino di Poiatica – aperta nel 1995 e che dal 2013 la multiutility avrebbe voluto mantenere attiva anche dopo l’esaurimento del quinto lotto – vincolato ad una delicata trattativa che metteva sullo stesso piatto l’ipotesi di autoriduzione dell’inceneritore di Ugozzolo con quella di conferire rifiuti speciali su Poiatica, al centro di quello che dovrebbe essere un progetto di miglioramento morfologico che non ha mai convinto enti locali e comitato. È in questo scenario che viene firmato l’accordo, che non reca la firma del comitato e degli enti locali. Ed è a partire da accordo che recentemente è stato portato a termine lo studio dell’Università di Bologna, affidato al Comitato di ambito locale, Atersir, l’Agenzia di vigilanza sul servizio idrico e sul servizio rifiuti per la Regione.
Un documento finito subito nel mirino del comitato, secondo il quale i risultati sono troppo vicini alle aspettative di Iren. Ma un documento indigesto anche per la Regione, che si ritrova l’incudine e il martello, annunciando un confronto con gli attori istituzionali del territorio ma di fronte al possibile aut-aut della multiutility: o rifiuti speciali a Poiatica o aumento delle tariffe per quella che, di fatto, dovrebbe essere una riqualificazione della discarica per la quale Iren avrebbe dovuto già accantonare risorse. Un aspetto, quest’ultimo, su cui la partita si gioca sul versante dell’Atersir, che può verificare la correttezza di Iren nell’accantonamento del fondo post mortem del sito.
Lo studio, intanto, rileva che «a nord del corpo rifiuti si trova un impluvio (depressione di monte) solo in parte ricompreso in aree autorizzate a discarica dal Psc di Carpineti», aggiungendo che «sul versante est è stato consolidato, ma persistono fenomeni franosi nel bacino» e che quelli nord est e ovest «sono stati rimodellati, ma si evidenziano fenomeni di erosione accelerata e di frana». Fra le criticità evidenziate, inoltre, «non si può escludere la formazione di un lago effimero nella depressione di monte in occasione di eventi meteorici intensi». Di qui la prospettiva di «intervenire per modificare la geometria del sistema bacino-discarica-cava al fine di garantirne la stabilità a lungo termine», con tre scenari per la «gestione post-operativa in preparazione alla chiusura definitiva in condizioni di sicurezza».
Il primo scenario prevede la preparazione alla chiusura senza riempimento della depressione di monte. Due le soluzioni prospettate: il rilancio con canali esterni attraverso pompe meccaniche o il drenaggio con attività di microtunnelling. Due ipotesi valutate come «sconsigliabili», con costi rispettivamente sui due e i cinque milioni di euro. «La chiusura definitiva della discarica sarebbe effettuata con le geometrie del lotto V» dove rimane il dislivello, si legge fra le tematiche di attenzione, nelle quali si sottolinea anche che «la manutenzione dei diversi sistemi di drenaggio risulta complessa» e che «la stabilità del complesso discarica/canale/versanti a medio e lungo termine non è garantita».
Il secondo scenario, invece, prevede una chiusura con riempimento parziale della depressione di monte. Anche qui sono due le ipotesi prospettate, dove il riempimento viene affiancato a un sistema di drenaggio per convogliare le acque. Ma anche qui, secondo lo studio, resterebbero in campo alcune criticità, sul fronte della stabilità dei versanti, delle infiltrazioni delle acque e della manutenzione di eventuali nuovi canali. È però sul terzo scenario che si sono concentrate le maggiori attenzioni da parte dei soggetti coinvolti. È qui, infatti, che si contemplano le due ipotesi di riempimento della depressione, con della terra o con rifiuti e terra.
«È necessario un volume di materiali di riempimento di almeno 1.000.000 m3», si legge nello studio: «Le caratteristiche principali dei possibili materiali di riempimento sono le seguenti – si legge ancora – Non devono essere odorigeni, non devono aumentare la produzione di percolato, devono avere una densità media relativamente bassa, devono avere caratteristiche meccaniche e di permeabilità compatibili alla destinazione d’uso, devono essere disponibili in quantità sufficienti in tempi brevi per permettere il completamento delle operazioni di conferimento e completamento del progetto». Se riempita con terreno, il costo stimato si aggirerebbe sugli otto milioni di euro. E «il riempimento con terreno può indurre deformazioni nel cumulo di rifiuti a causa della differenza di densità dei materiali», con l’ipotesi di prevedere «una copertura impermeabile per impedire la infiltrazione delle acque all’interno del materiale di riempimento, fino al cumulo».
Con il riempimento di rifiuti e terre, invece, il costo complessivo sarebbe di 8,5 milioni di euro. Fra le tematiche di attenzione, la «formazione di depressioni e ristagni al contatto cumulo nuovo/argine in terra e terre armate», la necessità di una «copertura impermeabile dell’argine per impedire infiltrazione» e il tema della «stabilità dei versanti». Per questa operazione, sarebbero necessari circa 1,3 milioni di metri cubi di materiale, di cui 460 metri cubi in terra e 860 mila in rifiuti. Anche rifiuti speciali. L’origine di tutti i misteri e di tutte le polemiche nate attorno alla discarica della discordia.
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