Reggio Emilia, guidati dalla corrente del Crostolo tra bici, rifiuti e forni
La nostra inchiesta sul degrado del torrente dimenticato dalla sua città. E c’è anche chi ha scelto di farsi un orto in una baracca sul letto del fiume
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REGGIO EMILIA. Il viaggio lungo il Crostolo comincia dal ponte di San Pellegrino. Un luogo ricco di simbologia fluviale. Qui, da duecento anni, fanno la veglia le due statue che rappresentano Secchia e Panaro. I due principali fiumi del ducato assieme al Crostolo che invece si erge scolpito in piazza Prampolini. Le tre opere erano sorelle, custodite nella Reggia di Rivalta e poi spostate e separate durante i saccheggi di fine ’700.
Un ponte che celebra la pienezza e la vitalità dell’acqua, il posto giusto da cui metterci in cammino. È una bella giornata, calda nonostante la stagione, e assieme a noi altri reggiani passeggiano lungo le sponde di quello che oggi è poco più che un torrente. E così ci mettiamo in viaggio verso nord come dei novelli avventurieri, seguiti dalla corrente flemmatica del corso.
PASSEGGIATA IRENE SACCANI
Salutate le due statue scendiamo lungo la passeggiata Irene Saccani. La vegetazione è leggermente alta, come se fosse lasciata a se stessa da qualche giorno, ma camminare è gradevole e il rumore del Crostolo, alimentato dai saliscendi del suo letto, sembra ancora quello di un fiume.
Ma non facciamo in tempo ad apprezzare questa atmosfera di rilassamento che si piazza davanti a noi, forte come un pugno allo stomaco, la prima delle macroscopiche contraddizioni di questo posto. Abbandonato in mezzo al corso d’acqua giace un vecchio forno da cucina.
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Arrugginito e stagnante, sbeffeggia le nutrie che lo sfiorano un po’ turbate. Proseguiamo e non facciamo in tempo a goderci la vista di una splendida villa in stile liberty a sinistra che, voltato lo sguardo, sul margine opposto ci saluta un cerchione di una macchina, semicoperto dal fogliame.
PONTE VIA LUNGO CROSTOLO
Fra una sorpresa e l’altra siamo nel frattempo arrivati nel tratto dove via Lungo Crostolo attraversa il fiume da cui prende il nome. Le buste di plastica iniziano a fare la loro comparsa, assieme alle lattine e ai pacchetti di sigarette, ma sono ancora abbastanza rade da poterle imputare al vento o a un incivile solitario.
Il manto erboso è anarchico e cresce sempre in preda alla casualità ma è più curato, almeno lungo l’alveo.
La piacevole armonia della Passeggiata però sta sparendo, per lasciare posto al traffico e al rumore delle auto. Attraversiamo il ponte, continuiamo a costeggiare il Crostolo e, a duecento metri, intravediamo la sagoma del cimitero monumentale della città.
PONTE DI SAN CLAUDIO
E qui comincia il vero degrado. Nel punto in cui il fiume si allarga e la corrente scorre più rapida, la sensazione che si ha affacciandosi dai bordi del percorso ciclopedonale che attraversa il Crostolo è quella dell’incuria. Sui pilastri che sorreggono il ponte decine di scritte e graffiti, fra cui campeggia un’invettiva giovenalesca contro Coffrini e Pagliani risalente ai tempi dei primi scandali sulle infiltrazioni mafiose a Reggio Emilia.
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E tutto attorno bottiglie di plastica, birre in vetro e lattina, resti di cibo e carte. Persino le nutrie, che hanno nidificato proprio in quel tratto, stentano a farsi vedere. Un’impressione di abbandono generale amplificata da una vecchia casa diroccata a sinistra di via Zanichelli, anch’essa macchiata dai graffiti ormai scoloriti di qualche writer parecchio tempo fa. La voglia è quella di proseguire e andarsene e così facciamo, senza però ottenere un miglioramento.
Pochi metri più avanti infatti, ormai in zona Gattaglio, notiamo una costruzione che sorge proprio sul crinale del Crostolo. Difficile non vederla in realtà. È una baracca con tanto di orticello improvvisato e un paio di sedie costruita con i resti di teli, pezzi di legno e lamiere in metallo.
Perplessi, ci chiediamo come sia possibile che stia lì, se ci abiti qualcuno e se abbia i permessi per restare proprio così nell’alveo del fiume. Domande a cui non troviamo risposta anche perché, spostando lo sguardo verso nord, ci attira un enorme sacco bianco chiuso e lasciato sull’argine sinistro.
È pieno di rifiuti, segno che qualcuno è passato recentemente a pulire il Crostolo e lo ha lasciato lì in attesa di tornare per recuperarlo. E in effetti anche la vegetazione è più curata. Ma quanta immondizia c’era prima? Il sacco straripa e, più avanti, se ne vede un altro, e poi un altro ancora, fino ad arrivare almeno a cinque. E non sono bastati per ripulire completamente l’alveo, che pullula ancora di cartacce e plastiche sommerse dal fogliame.
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PONTE DEL GATTAGLIO
Seguendo la scia di sacchi arriviamo al ponte pedonale che collega via del Gattaglio con via Premuda e, incuriosita dalla macchina fotografica e il taccuino per gli appunti, un’anziana signora a passeggio col cane ci ferma per chiedere cosa siano i sacconi bianchi. Glielo spieghiamo.
«Sarà che io vengo da un’altra epoca – comincia a raccontarci con una cordialità un po’ austera tipica dei reggiani di un’altra generazione – ma adesso è pieno di incivili che lasciano tutto sporco, gettano le cose in terra, guardi il Crostolo com’è ridotto, potrebbe essere tenuto come il lago di Garda e invece è un luogo di degrado. E poi mi chiedo, che succede con tutti questi tronchi e rifiuti se c’è un’altra piena? Io mi ricordo quando nel soggiorno di casa l’acqua mi arrivava alla vita ».
Ma, in questo gioco di contraddizioni che ha caratterizzato questa prima parte di viaggio, eccone un’altra. Appena salutata la donna un gruppetto di tre persone si avvicina al marciapiede. Hanno in mano un cartello che spiega la storia del ponte. Il Comune ne ha fatti cinque - raccontano - grazie alla collaborazione con la Coop e li stanno piazzando in altrettanti punti lungo il torrente.
Perché, dicono, è necessario che i reggiani non si dimentichino da dove vengono e le vicissitudini dei luoghi che li circondano. Ci guardiamo attorno, le parole della rezdora ci hanno colpito. Pensiamo a quando il Crostolo entrava direttamente in città passando davanti alla basilica della Ghiara. Pensiamo alle statue, annerite, che simboleggiano la maestosità dei fiumi.
Osservato oggi il corso d’acqua di Reggio Emilia appare come svilito, mortificato, chiuso e incanalato ai margini della vita pubblica come se fosse un antenato scomodo di cui è bene perdere la memoria. Quella stessa memoria che si tenta di ristabilire piazzando i cartelli. Ma il Crostolo resta ancora in esilio fra sacchi di plastica, bottiglie, sporcizia e abbandono. E la seconda metà del fiume, da via Magenta alla zona Annonaria, è anche peggio.
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